Capitolo undicesimo – Giorni 20, 21 – Organizzazione –

 

L’orologio suona le 14.14. Un anziano uomo picchetta blocchi di argilla a tempo.
Non fosse per lui tutto intorno ci sarebbe silenzio. Nella scuola di ceramica di Bechyne ognuno è immerso nei suoi gesti, ripetuti e abituali. Con me ci sono Sofie, Katie, Ellen e Yael. Manca Adam, ancora in ospedale. La luce è gialla e fuori dalla finistra la vita reale sembra non interessarci. Inizia così il trailer girato da Tomáš Hlaváček. Lui è il videomaker ufficiale del simposio. C’è poi Tomas il fotografo, Veronika la critica d’arte e Gabriel il tecnico. Eva è l’organizzatrice. Posso affermare senza dubbio che oggi il Simposio di Bechyne è la residenza più fresca, giovane ma anche professionale a cui abbia partecipato. Ognuno fa il suo lavoro senza esaltazioni. Nessuno è improvvisato ma tutti sanno quello che stanno facendo. Spero che continuino a farlo.

 

Capitolo decimo – Giorni 17,18,19 – Installazioni –

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Le residenze mi danno la possibilità di conoscere gente, luoghi e persone nuove. Mi permettono di lavorare a progetti site-specific, utilizzando l’argilla come principale mezzo espressivo.
A Bechyne saluto tutti come se ci vivessi da una vita. In questa piccola e ordinata cittadina della Boemia sembra tutto perfetto.
E’ tutto pulito, non ci sono sigarette per strada. Ci sono due poliziotti, sempre gli stessi. Attenzione al verde, quattro bar, il cinema e le terme. Tripadivisor consiglia di spostarsi di 6,8 km per mangiare. I menu, infatti, sono gli stessi in tutti e cinque i ristoranti: formaggio fritto o insalata greca se sei vegetariano.
La gente beve tanta birra e le file al supermercato sono sempre lunghe. Le giornate scorrono lente e dalle 19.00 diventa difficile trovare qualcosa aperto, fatta eccezione per il Sovà, il nostro bar che sa di umido.
Cosa farò a Bechyne?
Ho deciso di lavorare per strada e in posti pubblici, provare a scuotere la quotidianeità, restituire a questa cittadina qualcosa che gli appartiene. Pezzi di ceramica, le mie opere come diario di questa residenza. Da sfogliare quando e se qualcuno ne avrà voglia.

Capitolo nono – Giorni 15 e 16 – Le cotture

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E’ iniziato il conto alla rovescia. Manca poco più di una settimana alla fine del simposio e ho finito la produzione delle mie opere. Ho dovuto lottare come al solito con argille, smalti e temperature che non mi appartengono. Ho provato ad essere me stesso confrontandomi con il pezzo più grande mai realizzato e creando colori partendo da zero. Ho utilizzato argille che mi sono state sconsigliate dai tecnici e ho smaltato in maniera del tutto non convenzionale. Il risultato è affidato a un forno gigante che cuocerà prima il biscotto a 800 grandi e poi gli smalti a 1150 grandi. Fino alla fine non saprò se quello che ho fatto darà risultati soddisfacenti, ma poco importa.
Non penso di poter insegnare a qualcuno degli artisti che ho conosciuto finora come si fa ceramica, ma riesco sempre a leggere nei loro occhi la stima per il mio lavoro. Perché mi rispecchia in fondo. Perché sono imperfetto ma preciso, attento ma sbadato, scontato ma imprevedibile. Sono fermamente convinto delle mie idee ma rispetto quelle degli altri. Questo sono io e quelle che conoscete sono le mie ceramiche.
Le mie ceramiche non devono essere fiche.
Perchè non lo sono io, figuriamoci loro.
P.s. La foto è di Tomas ma non ricordo il cognome.

Capitolo ottavo – Giorni 13,14 – Rosmary

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Da settimane consumo la stessa colazione: formaggio e uova, pomodori e cetrioli. Poi riempio una tazza di caffe lunghissimo e lo bevo seduto ai tavoli esterni dell’Hotel.
La signora Rosmary è sempre lì, che fuma sigarette e beve teà.
Capelli bianchi e camicie colorate. Veniva a Bechyne ogni anno in vacanza con il marito. Poi lui è morto e Rosmary ha smesso di frequentare la cittadina.
Quest’anno, dopo dieci anni, è di nuovo qui; seduta a quel tavolino dell’Hotel Panska, bevendo teà, fumando sigarette e ricordando momenti condivisi con il marito.
La saluto, la scuola dista poco più di 2 km, ma prima di andarci decido di perdermi per le strade di Bechyne. In queste settimane ho imparato a conoscere abitudini e particolarità di questa cittadina. Ci sono un sacco di persone impiegate nella manutenzione del verde, tanti negozi che vendono finti animali imbalsamati, pochissimi ristoranti e tantissime persone con le stampelle. Ci sono le terme e un importante centro di riabilitazione.
Scendo giù per le scale che mi portano al fiume, attraverso il piccolo ponte di ferro e risalgo per una strada in salita. Piccole case lasciano il posto ad alberi giganti. Le cuffie suonano Nouveau Soleil degli M83. Sono sudato, la maglietta è completamente bagnata. Sono arrivato al grande ponte bianco, il punto panoramico più bello della zona. Mi fermo per una fotografia e riparto. Un cartello mi dice che mancano 2 km al rientro a Bechyne. Li percorro avvolto nei pensieri.
Ieri sera ho visto un bambino che giocava da solo nella piazza mentre il padre era da solo a bere birra nel bar.
Sono quasi arrivato. C’è il gladiator e poi la scuola.
E’ il momento di rimettersi al lavoro, è l’ultimo giorno di produzione.

Capitolo settimo – Giorni 11,12 – L’esplosione

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C’è un piccolo treno che da Bechyne porta a Tabor. Due piccoli vagoni gialli, non più di cento posti a sedere. Percorre lentamente paesaggi che ignoravo, sostando in minuscoli e impronunciabili paesini. Al mio fianco un uomo grasso in bermuda, di fronte a me il controllore, alle mie spalle una difficile esperienza da raccontare. Condividere delle settimane con degli artisti significa viverci: mangiare, bere, uscire, litigare e scherzare. Venti ore al giorno, per un mese.
Poi il botto.
“C’è stata un’esplosione, chiamate un dottore”.
Tomas era lì che riprendeva con la telecamera mentre Adam mischiava i componenti necessari all’esplosione.
Tomas corre e urla. Poi chiama l’ambulanza.
Sofie è la prima ad arrivare e a soccorrere Adam. Quando io e Luca arriviamo la scuola è piena di fumo. Adam ha il volto chino, coperto di sangue. Le mani sotto acqua corrente.
La squadra del simposio funziona alla perfezione. Lo soccorriamo per quello che sappiamo. Adam è cosciente. Si seguono le istruzioni e si aspetta l’ambulanza. Poi la polizia. Poi si aspettano i pompieri e poi gli artificieri. Si aspettano notizie dall’ospedale. Ore di sala operatoria e tanta speranza. Aspettiamo tutti qualche bella notizia. Forza Adam.
C’è un piccolo treno che da Bechyne porta a Tabor. Insieme a me ci sono Luca e Tomas. C’è un video che riprende Adam e l’accaduto. Tomas lo apre e decidiamo di fermarci poco prima dello scoppio. Il treno è fermo all’ennesima stazione. Poi riparte ma io rimango immobile a osservare paesaggi che ignoravo.

Capitolo sesto – Giorni 8,9,10 – 100 ants –

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Sono trascorsi quattro giorni dall’ultimo post. Mi piacerebbe scrivere di più, raccontarvi emozioni e sensazioni, accompagnarle a storie e mischiarle a pezzi di ceramica. Purtroppo ci riesco poco; per scrivere devo isolarmi, scavare nell’io per riscoprirmi attraverso gli altri. A Bechyne questo non accade.
Il tempo scorre veloce tra menù cortissimi e birre economiche. Il roaming ha fatto il resto. Quell’isolamento che cercavo e che mi faceva stare bene è stato ammazzato a colpi di giga. La libertà di navigare, effettuare e ricevere chiamate mi ha reso schiavo. Sono lontani i tempi del “non posso parlare, sono all’estero”. Sono tartassato da call center e da richieste assurde.
La disintossicazione sta per iniziare.
Modalità aereo attivata. Nuovi lavori e post in arrivo, in diretta da Bechyne.
Questa è “100 ants”, ceramica nera e filo al kantal. Il racconto animato della mia residenza attraverso gli episodi più significativi. Uno sketchbook tridimensionale, forse l’unica installazione che presenterò nel Museo.

Capitolo quinto – Giorni 6 e 7 – La scuola

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Realizzeremo le nostre opere all’interno della scuola di ceramica di Bechyne, una delle più antiche della repubblica ceca. Istituita nel 1884, la scuola è un grande edificio di tre piani che ospita al primo e al secondo piano laboratori di ceramica, al terzo quelli per la stampa e la pittura. Mi diverto a passeggiare lungo i corridoi tinteggiati d’avorio, tra orologi giganti, arredi e macchine del periodo sovietico. Le finestre del secondo piano si affacciano su un lago, regalando tramonti da incorniciare. Purtroppo le finestre delle nostre stanze di lavoro si affacciano tutte su un lungo muro alto più di due metri. Niente tramonti ma a favore abbiamo accesso diretto e semplice ai laboratori. Io sono nella seconda stanza a sinistra, insieme a Sofie a Yael, al nostro fianco Katie. Poco più’ lontana Ellen e nell’ultima stanza in fondo c’è Adam con le sue esplosioni.
Poco prima di iniziare a lavorare Gabriel, il tecnico, ci spiega che potremmo utilizzare cinque diversi tipi di argilla, alcuni degli otto forni e tutte le attrezzature. Purtroppo ci sono pochissimi smalti e nessun ingobbio, manca pure la spianatrice.
Prendo il primo sacco d’argilla di questa residenza. E’ tempo di cominciare…

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Capitolo quarto – Giorni 4 e 5 – Gli artisti

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In totale siamo in sei a partecipare al simposio di Bechyne. Di età e provenienza diversa, da cinque giorni dividiamo lo stesso hotel, condividiamo strumenti, tavoli cene e birre.
Ve li presento:
Ellen Kleckner (Stati Uniti). Lavora unendo la ceramica ad altri materiali. Le sue opere sembrano vicine al design ma spesso sono prive di qualsiasi funzione.
Segni particolari: Ha un sacco di maglie del ceramic center e da un momento all’altro potrebbe parlare ceco.
Sofie Norsteng (Norvegia). Una vecchia conoscenza, incontrata per la prima volta a Gmunden nel 2016. Realizza al colombino delle masse informi utilizzando differenti tipi di argilla che cuoce una volta sola a diverse temperature, per avere effetti cromatici vari.
Segni particolari: Ha una risata esplosiva che ogni volta mi fa spaventare. Si è comprata una stecca di sigarette appena arrivata a Praga.
Katie SleyMan (North Virginia – Stati Uniti). E’ la più giovane del gruppo. Realizza ceramiche delicatissime che rispecchiano perfettamente la sua personalità.
Segni particolari: E’ vegetariana, grande fan di madonna, dopo la terza birra gli potrebbe partire il karaoke.
Adam Zelezny (Repubblica Ceca). Alto, magro, capelli lunghi e occhiali rotondi. Con la dinamite fa esplodere palle di ceramica cruda all’interno di forme che si costruisce di volta in volta. E’ un lavoro quasi imprevedibile ma dal risultato veramente spettacolare. Vedete il video qui sotto e poi ne riparliamo.Segni particolari: Ogni tanto sparisce.
Yael Atzmony (Tel Aviv – Israele). E’ il grande nome del simposio. Docente di ceramica all’Università di Tel Aviv, ha esposto ovunque ed è una di quelle poche persone che possono essere definite artigiane/artiste. Sta lavorando a un progetto site-specific che non vi posso anticipare.
Segni particolari: Cambia spesso gli occhiali e crede tanto nel magnetismo….è adorabile.
E poi ci sono io… Giorgio di Palma. 68 kilogrammi, riesco a stare bene in gruppo e realizzo inutili ceramiche. Durante le residenze lavoro a progetti lasciandomi inspirare dal posto.
Segni particolari: Qui a Bechyne indosso calzini fluo e ho scoperto di avere una dote innata per il bowling.
Infine mi piacerebbe spendere due parole per Tomas Brabez. Il fotografo ufficiale del simposio, la scheggia impazzita. Da giorni dorme abusivamente nella mia stanza dopo aver chiuso in uno sgabuzzino tre turisti per 2 ore. Si è presentato dicendomi: Esistono due tipi di persone. Quelle che condividono lo spazzolino e quelle che non lo fanno. Tu a quale categoria appartieni?
Sono sicuro che ci regalerà delle sorprese.

Capitolo terzo – Giorno 3 – Il simposio –

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Il simposio di Bechyně è uno dei più antichi d’Europa. Iniziato nel 1966, con cadenza biennale, nel 2018 giunge alla sua ventottesima edizione. I partecipanti sono invitati direttamente, non ci sono candidature, e nel corso degli anni alcuni tra i più grandi maestri della ceramica hanno preso parte al simposio.
E’ organizzato alla perfezione e per la prima volta durante una residenza riceverò un salario che mi permetterà di coprire le spese di birra e sigarette.
Siamo stati invitati in sette, provenienti da diverse parti del mondo: Stati Uniti, Israele, Norvegia, Italia e Repubblica Ceca.
Come mai hanno invitato Giorgio di Palma?
Ci sono diverse figure collegate al simposio (curatori, artisti, direttori, musei e istituzioni) che propongono una lista di nomi a una giuria che poi decide chi invitare.
Il mio nome, con quello di altri 75 artisti, era stato suggerito da Eva Pelechova, artista di Praga da quest’anno direttrice del simposio, che ho conosciuto nel 2016 a Gmunden.
Ieri pomeriggio c’è stata la presentazione alla presenza di organizzatori e istituzioni locali. Agli artisti è stato riservato un posto a sedere al centro della una stanza di un museo, di fronte avevamo una grande tavola imbandita di cibo e al fianco tutte le autorità. Si è parlato tanto ma ho capito poco. C’era anche un cantante folk. All’inizio ho mangiato con imbarazzo, ma poi ho abbandonato l’imbarazzo per concentrarmi sul cibo e sui presenti. Domani ve li presento…

Capitolo secondo – Giorno 2 – La città

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Prima della partenza ho detto a tutti che andavo a Praga perché se avessi detto Bechyně nessuno avrebbe capito. Trascorse ventiquattro ore dal mio arrivo, ogni volta che dico Bechyně nessuno mi capisce, compresa la gente del posto.
L’errore sta proprio nella pronuncia che dovrebbe essere Bechigne e non Bechine, ma manca un suono tra la c e la h che non riesco a scrivere, figuriamoci a pronunciare.
Fonetica a parte ci sono tante cose che ancora devo scoprire di questa piccola cittadina della repubblica ceca.
Grazie a google già sapevo che qui ci vivono circa cinquemila persone, che ci sono delle terme, un fiume, un castello, un lago, un sacco di verde e un ponte bianco ma non ho ancora avuto modo di vederli, nonostante sia uscito presto questa mattina armato di macchina fotografica.
Ho incrociato alcune delle cinquemila persone che ci vivono ma delle terme, del castello e del lago nessuna traccia. Ho intravisto immerso nel verde un ponte bianco che non era per niente fotogenico. Per ora accontentiamoci delle foto di google che, nella parte a destra della foto più grande, ci regalano anche uno scorcio dell’ hotel Panskà, la mia casa per le prossime settimane.
Ho la stanza numero 221, una doppia con due letti singoli, due sedie, due lampade, due calzatoi, due lampadari, un bagno, una televisione e una finestra che si affaccia su un cortile privato ma che mi permette di vedere la pioggia cadere. Tutto l’albergo ha la moquette azzurra e per raggiungere la stanza 221 bisogna salire 2 piani e camminare un corridoio lungo dove sembra di essere in un traghetto.

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Capitolo primo – Giorno 1 – Vitejte V Bechini –

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Ho chiuso l’ombrellone in anticipo, scrollandomi di dosso sabbia mista a impegni.
Ho affidato a trenitalia le coordinate della mia nuova destinazione. Due bus, un regionale e un frecciabianca mi hanno allontanato da Grottaglie e spostato a nord.
Prima tappa Modena, per il pit-stop più lungo e importante della mia carriera, nove ore e due grandi installazioni.
Poi l’aeroporto di Bologna, con sedie di ferro rosso che si materializzano come un incubo sotto i miei occhi. Altra nottata insonne e partenza per Praga passando per Francoforte.
Mentre vi chiederete il perché di tutto questo io mi chiedo come mai sono l’unico che indossa pantaloncini e maglietta a maniche corte. Controllo il meteo e leggo la sentenza.
Chiudete anche voi gli ombrelloni, aprite gli ombrelli. Sto tornando con nuovi capitoli. Ci separano 26 gradi e 1610 kilometri.
Vitejte V Bechini.

Dicembre 2017-Marzo 2018

Difficile aggiornare il blog dopo circa quattro mesi. Dovrei racchiudere 120 giorni circa in poche righe con il rischio di dimenticare qualcosa, anzi sicuramente tanto. Sono stati mesi intensi in cui ho partecipato a manifestazioni importanti, ho rilasciato interviste, prodotto novità e rimpiazzato il venduto. Son mandato più volte dal commercialista ed ho comprato una piccola casa. Ma iniziamo….
A Dicembre sono stato in mostra a Milano presso lo Spazio Nibe, puoi vedere alcune foto e una breve presentazione della mostra in un ottimo articolo di Luca Bochicchio per Espoarte cliccando qui.
Tempo di rientrare e una nuova mostra. Questa volta Lecce, La salentina, ovvero la mia seconda casa in Puglia. Una personale e un’installazione in Piazza Duomo.
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Ma non è finita in questo periodo son anche stato selezionato e ho partecipato anche alla Biennale internazionale di Marrataxi, Spagna. Questa è “Un disastro annunciato” e qui potete vedere il catalogo on-line della mostra.

insono stato contattato anche dalla redazione di Buon Pomeriggio di Michele Cucuzza per un’intervista. Il mio sogno sarebbe stato andare in studio, ma dobbiamo accontentarci di questo.

Beh…. forse sono riuscito a dire tutto, o quasi tutto. Siamo a Marzo e vi lascio con l’ultima chicca. Mi è stata dedicata la copertina e un bell’articolo nella rivista “La ceramica moderna e antica”. Qui potete sfogliare la rivista.
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Trattando il tema dell’ILVA con ironia rischiamo di urtare la sensibilità di chi, vivendo nella zona di Taranto, affronta tragedie divenute consuetudini.
Rischiamo di offendere un’intera popolazione che fa da comparsa in una commedia diretta altrove e di puntare i riflettori su una città diventata set cinematografico per paradossi incredibili, dove si lasciano i bambini a casa piuttosto che i colpevoli in galera.
Vivendo in questa provincia sentiamo il dovere di intervenire ma anche il diritto di decidere come farlo.
Ironicamente vi televendiamo quello che è già stato svenduto (il territorio) impacchettandolo con qualcosa che non può essere comprato (la speranza).
Kitextra è ceramica, fotografia, video ma soprattutto ironia.
Perché Kitextra letto tutto d’un fiato ricorda “chitestra” una delle imprecazioni più forti che abbiamo nel nostro dialetto. Un’imprecazione contro vivi per i morti, perché qui chi si è giocato fin troppo sulla vita e sulla morte.
Gran parte del ricavato di questa combo sarà donato in beneficenza, anche se non sappiamo ancora a chi. Magari a qualcuno che condivide con noi sogni e speranze.
Perché Kitextra per noi rappresenta questo. Sogniamo che un giorno la scatola arrugginisca, che le foto si stacchino e che la ciminiera anneghi nella palla di neve.
Sogniamo che tutto questo finisca, che non ci sia bisogno dell’ironia, della ceramica, di foto, di televendite e nemmeno di Sano/sano.

Giorgio di Palma
Dario Miale

 

 

 

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Agosto-Novembre 2017

Il caldo ha lasciato spazio alle nuvole, la pioggia è tornata e l’Autunno sembra improvvisamente apparso in questo pezzo di mondo chiamato sud Italia. Gli ultimi mesi sono passati davvero in fretta e le occasioni per aggiornare il blog sono state davvero pochissime.
Da quando vi ho scritto l’ultima volta sono stato in Austria per un mese, ospite del progetto IKSIT. Non posso dirvi tanto, ma probabilmente nei prossimi mesi pubblicherò un nuovo libro in cui raccoglierò i risultati delle mie ultime residenze artistiche. Questa in particolare, è stata un’esperienza completamente differente dalle altre esche ho abbandonato il blog e ho lavorato in maniera completamente top-secret.
Qui un paio di foto ma, come accennato, per ora non posso anticiparvi niente.
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Al mio rientro sono stato con la mia dolce metà a Club Napoca per partecipare alla Ceramic Club Biennale. Una settimana all’insegna del buon cibo e alla scoperta della Romania, una Nazione che non conosco e che posso assolutamente dire che MERITA. Io ho partecipato con l’opera “Ti salvo io”, che vedete in basso ma purtroppo stata esposta incompleta perché le cartucce sono sparite.

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E adesso sono tornato qui a Grottaglie pronto per ripartire. Milano mi aspetta, per la mia prima personale nella capitale Lombarda.
Vi aspetto numerosi. Maggiori info qui.

Maggio, Giugno, Luglio 2017

Sono stati mesi intensi i chilometri hanno scandito le ore, e le ore si sono mescolate al fuso orario. Ho visitato la Cina, ma questo dovreste già saperlo tutti. Se non lo sapevate allora cliccate qui e rileggetevi un mese in uno dei posti più incredibili al mondo.
Tornato a Grottaglie ho rimesso in moto la macchina produttiva, ad aspettarmi ci sono stati lavori accumulati e mostre da preparare. Sono stato di passaggio a Modena per installare i coni gelato all’osteria Francescana, il ristorante numero uno al mondo e quello al mio fianco è il numero uno della galassia.
A Grottaglie, invece, sono stato selezionato per la XXXIV Mostra della Ceramica, che prevedeva come tema l’acqua. Quella in basso è l’opera presentata e l’esposizione sarà visitabile fino a Settembre presso il Convento dei Cappuccini.
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Extra Murum, dopo essersi svolta a Villa Caldogno e Montelupo Fiorentino, il 9 Settembre prossimo inaugurerà a Castelfranco Veneto. Per l’occasione presenterò opere nuove. Non mancate.
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Vi lascio con un’intervista rilasciata per la Repubblica. A presto.
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Capitolo ventidue – Giorno 28 – Il video

Capitolo ventuno – Giorno 27 – Il saluto –

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Saluto la cameriera, quella del ristorante che con la convinzione che mi faccia piacere da un paio di giorni mi porta sempre caffè solubile e latte in polvere. Ho appena fatto colazione, fuori pioviggina e alla reception mi offrono un ombrello che rifiuto. La porta dello studio dista non più di 20 metri. Potrei raggiungerla facilmente bagnandomi appena, aprire i forni e scoprire il risultato di questa residenza.
Decido di fare prima un’ultima passeggiata a Fuping. Ripercorro tutte le strade che ho vissuto per un mese. Rincontro i due vecchietti ai quali chiesi una foto appena arrivato, rivedo il luna park abbandonato, mi perdo nel giardino del Presidente, ballo per un’ultima volta con le signore del parco, mi compro dei pomodorini e mi fermo su una panchina a mangiarli.
Ha smesso di piovere e Micah P. Hinson ha lasciato spazio a Homesick dei Kings of Convinience.
Non riesco a trattenere le lacrime al solo pensiero che tutto questo da domani sarà solo un ricordo. Ma devo andare avanti, mi rialzo e mi lascio la panchina alle spalle. E’ il momento di andare in studio. Chiedo all’interprete di tradurmi poche parole in cinese.
Le imparo a memoria e le uso per salutare e ringraziare una a una tutte le persone che mi hanno accompagnato e con cui ho collaborato per un mese. Li vedo sorridere, commuoversi e a volte persino abbracciarmi. Perché per i Cinesi un abbraccio è qualcosa di veramente speciale.
Sto per aprire i forni, ma sono convinto che il risultato di questa residenza non sia al suo interno, ma fuori. Nei loro sinceri abbracci, in quel caffè solubile, nel latte in polvere, su quella panchina, nel ballo con le signore.
Se devo essere sincero le uniche opere che ho realizzato in questo mese non sono in ceramica, ma hanno a che fare con la ceramica.
Le avete letto in questi ventuno capitoli e le vedrete nel video di domani. E’ per questo che oggi non metterò le foto dei lavori finiti. Quelli li vedrete alla fine del video e nell’ultimo post di questo capitolo residenze. Perché senza il blog e senza il video sarebbero solo foto di opere di ceramica con buffi titoli.
Ma dietro quei buffi titoli c’è un mondo, ci sono delle persone e delle storie. Ci sono la Cina, voi, un sacco di piatti di noodles e ci sono io.
Io che, spero di essere riuscito a raccontarli.

Capitolo venti – Giorno 26 – I colori

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Alcune volte mi è capitato di ricevere richieste e preventivi con allegato il Pantone del colore. Chi non conosce la materia non sa che “colorare” la ceramica non è semplice. Allo stesso modo con cui esistono i pastelli, gli acquarelli, le tempere e tanto altro, in ceramica esistono le vernici, gli ingobbi, gli smalti, i pigmenti, ecc., che possono essere applicati in modi diversi con risultati differenti. Io utilizzo gli smalti per la produzione degli oggetti e gli ingobbi per i personaggi.
Ma se può sembrare buffa l’idea del Pantone, non è oggi molto lontana dalla realtà perché ci sono posti dove basta recarti con un codice univoco e ti viene venduto il “colore” che cerchi.
Per questo ancora più buffo di chi richiede il Pantone è chi ostenta conoscenza dicendo il tuo azzurro o il tuo rosso. Perché quelle tinte non sono mie, ma della colorobia.
Miei sono i colori che provo a realizzare quando sono all’estero, magari in Cina, perché in questi posti non ci sono le colorobie a pararmi il culo e ogni opera è il risultato di test e improvvisati tentativi.
Perché qui si cuoce a 1300 gradi e a questa temperatura la brillantezza che caratterizza i miei oggetti è quasi irrangiungibile. Non si sono gli stessi smalti. Come faccio?
Cerco la strada più corta per arrivare al medesimo risultato, affidando al mio navigatore il compito di allungare di migliaia di minuti il tragitto, perché quello che a Grottaglie faccio in un’ora qui sono costretto a farlo in minimo cinque ore.
Ma non c’è emozione più bella di quella di aprire il forno e vedere cosa è successo, cosa ho combinato. L’imprevedibilità di un risultato che spero di aver raggiunto.
Lo scoprirò domani perché oggi ho “colorato” tutte le opere.
Ho deciso di conservare per tutte la loro autenticità, affidando a smalti e tecniche tradizionali la parte realizzata dall’artigiano locale, e di mantenere il mio stile nel mio intervento. Mi sono “inventato” i colori per i palloncini e creato gli ingobbi per i personaggi. Ho utilizzato i loro smalti, sperando che creino gli stessi loro effetti. Ho spruzzato, immerso e decorato tutto.
Si parte, 1230 gradi in 9 ore.
A domani.

Capitolo diciannove – Giorno 25 – Il biscotto –

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Non avendo mai studiato ceramica molte delle mie conoscenze le ho apprese viaggiando, grazie alle numerose residenze d’artista fatte negli anni. Perché se a Grottaglie, grazie a mio padre, ho imparato come fare ceramica, con la nostra argilla e alle nostre temperature è quasi impossibile realizzare diversi tipi di manufatti.
Questo perché la ceramica è terra, ma anche riflesso di quella terra in cui nasce e si sviluppa. Racchiude storia, cultura, clima e tradizione.
A Grottaglie si è sempre fatta terracotta a bassa temperatura, cotta al massimo a 960°. Questo perché ci troviamo nel sud Italia, dove a zero gradi muoriamo di freddo noi, non le nostre ceramiche. Se Grottaglie fosse stata in Cina avremmo trovato sicuramente il modo di fare ceramiche a 1300 gradi, perché in Cina saremmo morti di freddo noi e le nostre ceramiche. La terra ci avrebbe offerto la soluzione, avremmo perso i colori splendidi che ci invidiano ma avremmo guadagnato effetti e resistenza che invidiamo.
La cosa complessa è riuscire a portare Grottaglie altrove. Perché, seppur completamente scollegato dalla tradizionale ceramica di Grottaglie, vorrei che nelle mie opere si leggesse non solo il nome ma anche l’età e la provenienza.
Per questo ogni cottura che faccio all’estero è un dilemma. Perché vorrei riuscire a fare quello che faccio a Grottaglie in qualsiasi altra parte del mondo. Perchè quando mi parlano di riduzione, ossidazione, 1300 gradi, fratte e coni, io annuisco senza in realtà capire di cosa la gente mi parli. So quello che voglio, e fortunatamente lo riesco ad ottenere. Conosco i risultati, non i procedimenti.
Ed eccomi qui pronto ad affidare a tre forni differenti le sorti di questa residenza. Due forni a gas cuoceranno in riduzione e ossidazione e un piccolo forno elettrico ospiterà palloncini e altri oggetti. Alcune opere saranno realizzate in monocottura altre avranno bisogno degli smalti che, naturalmente, qui sono tutto un altro mondo.

Capitolo diciotto – Giorno 24 – Il cibo

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Avete presente quei rutti di glutammato misti a salsa di soia che vi accompagnano a casa dopo aver mangiato cinese?
Bene, lasciateli pure in Italia, insieme al gelato fritto, il riso alla cantonese e il biscotto della felicità.
L’errore più grande commesso dai cinesi emigrati è, infatti, stato quello di adattare il loro menù a quello occidentale, generando sapori e ricette inesistenti nel paese asiatico.
E’ necessario, tuttavia, fare due grandi divisioni per due macro aree geografiche: nord e sud.
Il tipo di clima e le coltivazioni hanno incoronato il riso alimento sovrano del sud e il frumento re del nord.
Vivendo a Fuping, sono di conseguenza in una zona ad alto rischio carboidrati. Fortunatamente la cucina cinese, quella tradizionale, prevede un miscuglio di sapori e alimenti che permettono che ogni piatto sia perfettamente bilanciato: perfetta combinazione di dolce, salato, piccante e amaro. Tutto è cucinato al vapore, bollito o soffritto. Ci sono tantissime verdure, soia e tofu; i formaggi sono inesistenti, il consumo di carne e pesce è limitato.
I dolci sono rarissimi e per questo ogni colazione è come un pranzo e ogni pranzo è come una cena.
Ma procediamo con ordine. Vi descrivo la mia giornata alimentare tipo, simile a quella di molti cinesi, postandovi le foto di quello che ho mangiato ieri.
Colazione, ore 7.30.
cap18-1webVivendo in un hotel la mia colazione tipica è a buffet. Mangio fagiolini fritti, funghi e lattuga in padella, insalata bollita, cavoli lessi, uovo sodo, spaghetti di soia, ecc. Tutto piccante.
Molti miei amici, che non vivono in hotel, consumano una puccia con verdure e carne. Anche questa piccante.
Pranzo, ore 12.00
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Per pranzo, in questa parte della Cina, si mangiano i noodles, una specie di spaghetti freschi cucinati in tremila varianti, anche al brodo, quasi sempre piccanti. In alternativa ci sono i ravioli, cotti al vapore o bolliti, ripieni di cavolo e soia, o di verdure o di carne. Anche i ravioli sono accompagnati da una salsa piccante.
Cena, ore 18.00.
Praticamante come il pranzo, ma di solito io ordino verdure, soia, tofu cucinati in mille modi diversi.
Ad accompagnare tutti i piatti su richiesta c’è quella che pensavo essere una mozzarella ma che ho scoperto essere il mantou, il panino cotto al vapore.
La frutta è sacra ed è trattata con una cura e un amore indescrivibile. Ogni frutto è confezionato singolarmente e per strada puoi comprare anche fette di ananas, anguria, arancia e via dicendo.
Passiamo ora alle bevande. I cinesi, che durante il giorno consumano molto tea verde e acqua calda, durante i pasti non bevono preferendo consumare delle zuppe calde oppure l’acqua di cottura dei noodles.
Particolare è anche il modo di stare a tavola. Di solito mangiano su delle tavole rotonde con al centro un disco rotante dove vengono posizionate le pietanze, tutte e sempre condivise. Qualsiasi tipo di cibo non deve assolutamente essere toccato con le mani, ma solo con le bacchette perché le forchette e i coltelli non esistono. Non bevendo durante i pasti, a tavola non troverete i bicchieri ma delle coppette dove versare l’acqua calda o di cottura.
Un discorso a parte va fatto per gli alcolici. Tutte le birre sono state adattate al gusto cinese creando ibridi che raggiungo al massimo i 3,5 gradi da consumare a temperatura ambiente.
Il superalcolico che va per la maggiore è il Baijiu, una acquavite molto, molto potente prodotta dalla fermentazione del sorgo.
I bar non esistono e li trovi solo da un paio di anni nelle più grandi città. Ci sono tanti, tantissimi ristoranti dove puoi mangiare un piatto abbondante (come in foto) con meno di un euro. Il cibo di strada è frequentissimo e nei mercati puoi trovare quelle particolarità raccapriccianti che siamo abituati a vedere in foto. Ma sono particolarità che variano da regione a regione, come lo possono essere da noi le lumache, la carne di cavallo o il coniglio. A proposito di carne, i cani li ho sempre visti sia al guinzaglio che randagi. Ci sono però delle zone rurali della Cina dove viene ancora mangiata la carne di cane.

Capitolo diciassette – Giorni 22, 23 – Appunti –

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Oggi, con la realizzazione delle ultime opere, è terminata la fase di produzione. Le ultime due collaborazioni le ho fatte rispettivamente con 胡光东 e 陈顺娥.
胡光东 è un ragazzo di circa venticinque anni. Riesce a dire tre parole contate in inglese, ma questo ha permesso che diventassimo subito amici. L’idea del progetto mi è venuta proprio guardando le sue opere. Modella vecchietti o monaci, comunque figure umane con una perfezione e un’accuratezza esemplare. Non usa stampi, ma ogni corpo, volto, piega del vestito è fatta a mano. Ho pensato che sarebbe stato bello affiancare i miei personaggi ai suoi. Così è successo e insieme abbiamo creato l’opera che intitolerò “Foto di famiglia”.
陈顺娥, invece, è una signora che dedica tutte le giornate di lavoro alla realizzazione di vassoi partendo da lastre.
Con un oggetto simile non potevo fare tantissimo e per questo mi sono limitato a poggiarci sopra alcuni oggetti che mi hanno accompagnato in questa residenza: cellulare, pacco di fiammiferi, videocamera e colori.
In conclusione, ho realizzato in tutto dodici opere in collaborazione con gli artigiani della fabbrica e una da solo: lo sketchbook che è solito accompagnare i miei viaggi.
Ad essere onesto durante tutta  l’esperienza cinese il mio solito quaderno nero è stato sostituito da un blocco a pagine gialle invecchiate.
Ho deciso di riprodurre proprio questo in ceramica, insieme a dei pastelli, e di riportarvi sopra la sintesi del progetto.
Penso che mi potrà servire per l’installazione permanete nel Museo.

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Capitolo sedici – Giorni 20, 21 – Input –

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Trascorro giorni tranquilli lasciando scandire al cibo il ritmo delle ore. Ad accompagnarmi in questa avventura le solite canzoni in loop, installate in maniera permanente in un hard disk che non riempirò mai. Le ascolto solo quando scrivo perché quando sono in studio o mentre passeggio preferisco concentrarmi su quello che ascolto e vedo. Così mentre il mio hard disk rimane vuoto, la mia mente si riempie di input. Questa esperienza mi sta offrendo talmente tanti stimoli che controllarli è difficile.
Scrivo, mangio, viaggio, cammino per ore, scatto foto e riprendo video. In tutto questo riesco anche a produrre ceramiche.
Le ultime mi divertono un sacco e non vedo l’ora di vederle finalizzate. Le ho realizzate in collaborazione con 王芳侠 e 程春妮.
王芳侠 ha una quarantina di anni e modella animali o paesaggi pieni di fiori. Le ho chiesto di creare il corpo di un suo personaggio mentre io ne modellavo la testa. Poi lei ha preso quest’ibrido e lo riempito di fiori rendendo l’effetto molto kitsch. Osservando il risultato non posso smettere di ridere perché, pur avendo pensato ad una volpe, mi ricorda molto Noia, la Volpina.
程春妮, invece, tutto il giorno stampa delle specie di animali a contenitori. Anche con lei ho deciso di creare un antropomorfo partendo dall’animale da lei stampato su quale ho applicato la testa di un orso.
Siamo arrivati a dieci opere, i giorni stringono e mi mancano ancora due collaborazioni.

Capitolo quindici – Giorni 18,19 – Quello dei palloncini

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Ho vissuto per anni con l’ansia addosso, con la paura di essere identificato come quello dei palloncini.
In sette anni ho realizzato così tanti oggetti, progetti e altorilievi che la tracciabilità univoca della mia produzione mi ha sempre un po’ infastidito.
Poi sono arrivati i furbacchioni che, tradendo la mia fiducia, hanno copiato in maniera spudorata palloncini e altri best sellers. Così da quello dei palloncini sono diventato quello dei palloncini di Otranto, Gallipoli, Lecce e non so quali altri posti.
Ho capito che essere quello dei palloncini non era spiacevole tanto quanto essere la brutta copia di me stesso.
Ho cercato invano riparo nella legge fino a capire che alla fine la miglior risposta è giocare a carte scoperte.
Oggi io, ovvero Giorgio di Palma, o se volete quello dei palloncini, sono in Cina e mi è stato chiesto di fare un’installazione permanente sulla facciata del Museo Italiano della Ceramica a Fuping.
Lo farò con i palloncini perché nel bene e nel male sono diventati uno dei miei oggetti simbolo.
Li realizzerò in collaborazione con i Cinesi che tanto ci spaventato e che tanto vanno in culo al made in Italy.
Lo farò con loro perché qui a Fuping non hanno mai avuto paura nel rivelarmi trucchi e segreti.
Lo farò perché di loro mi fido e perché sono prima di tutto artigiani e maestri della ceramica, dopo commercianti. Provate a girare in Puglia, nell’amato Salento, e portatemi il numero di artigiani e maestri degni di essere considerati tali, prima che commercianti. Degni di essere considerati signori prima che ceramisti.
La verità è una. Non ci rispettiamo l’uno con l’altro.
Abbiamo svenduto una storia ceramica centenaria per riempire di souvenir trulli e vie del centro.
Facendoci la gara al prezzo, copiandoci idee, abbiamo fatto i cinesi dando poi la colpa ai cinesi.
E penso a tutto questo mentre osservo tornire il Maestro 曾春国. Ho appena svelato e rivelato lui i miei trucchi e con un amore incredibile ha iniziato a forgiare sette splendidi palloncini.
Il senso delle collaborazioni è questo, lo scambio; non commerciale ma esperienziale. Quando ho deciso di fare questo progetto sapevo che avrei dato e avrei ricevuto. Lo sto facendo senza paura e con tanta fiducia.
Con il Maestro 曾春国 ci incontriamo ogni mattina a colazione, ci scambiamo un sorriso e un sincero saluto. E mi bastano il suo sorriso e  l’amore che ci sta mettendo nel creare i palloncini per convincermi della scelta fatta.

Capitolo quattordici – Giorni 16,17 – Poche parole –

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La produzione all’interno del Ceramic Art Village è continua. Ogni giorno si realizzano nuovi pezzi delle solite opere, si smalta, si sforna e si accendono tutti e cinque i forni. A controllare che tutte le attività siano svolte nel modo corretto ci pensa un manager, affiancato da un mentore che conteggia i manufatti forgiati da ogni singolo artigiano.
In questo schema ben strutturato provo a inserirmi quanto posso, indossando colori sgargianti e sorseggiando tea verde, evitando sopratutto di essere invadente. Ho conquistato la fiducia della fabbrica offrendo saluti e pomodorini. Tuttavia per collaborare con l’artigiano che scelgo devo prima chiedere al manager che, se approva, riferisce all’interessato e al mentore. Ognuno di loro, infatti, mi dedica del tempo che varia dalla mezz’ora all’intera giornata di lavoro, andando a rallentare questa produzione a ciclo continuo. Fortunatamente il manager è molto tranquillo e ha sempre acconsentito alle mie richieste, permettendomi di contare oggi già sette opere realizzate.
La mia produzione si distingue in quella degli oggetti e in quella degli animali antropomorfi, entrambe imprescindibili ma che difficilmente riesco a far convivere. Questo progetto rende possibile che questo accada perché è sulla base della specializzazione dei singoli maestri che decido il da farsi. Finora ho prodotto cinque opere con animali e due con oggetti. Queste ultime le ho fatte in collaborazione con 王星星,  葛星, 党欣欣,  赵小磊, 郭路杰.
党欣欣
 realizza sempre posaceneri partendo da lastre, piegandole e ripiegandole su loro stesse.
王星星, 赵小磊, 郭路杰 realizzano bicchieri, tazze, e coppe al tornio; 葛星, invece, rifinisce.
Tutti loro sono ragazzi con problemi di udito, anzi tutti sordomuti tranne una ragazzina dolcissima che parla bene sia la lingua dei segni che il cinese. Ma questi sono dettagli superflui perché con loro la dote innata italiana del gesticolare è tornata più utile che con chiunque altro, anche se dovete sapere che la lingua dei segni non è universale, ogni nazione ha la sua.
Con tutti questi ragazzi ho deciso di giocare sul contenitore e sul contenuto. Prenderò  alcune tazze “sbagliate” e le ospiterò in una scatola di cartone che sto realizzando in ceramica mentre il posacenere ospiterà sigarette, fiammiferi e rifiuti vari, tra cui semi di zucca.
Staremo a vedere.

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Capitolo tredici – Giorno 15 – Nuove collaborazioni –

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Le botteghe ceramiche di Grottaglie sono solitamente composte da singoli che riescono da soli a svolgere tutte le mansioni. Nelle più grandi abbiamo il torniante, il decoratore, chi smalta e chi modella. Qui a Fuping, invece, ognuno ha la sua mansione. Ma quando scrivo mansione non mi riferisco al lavoro generico del torniante o del decoratore. Qui c’è chi fa le coppette, chi i vasi, chi rade, chi i vasi giganti, chi decora fiori, chi uccelli e chi paesaggi. C’è poi chi inforna a biscotto, chi inforna solo a smalto, chi smalta a spruzzo e chi a immersione. Per ogni attività, per ogni prodotto c’è una persona specifica. Ognuno è il maestro di una cosa soltanto. Tra questi l’ultimo arrivato è un ragazzo sordomuto che fa solo coppette. Tantissime coppette fatte a mano, non al tornio. Centinaia e centinaia. Non posso chiamarlo maestro quindi lo chiamerò 寇晓明. Vi ho già parlato di lui, è il ragazzo con la smisurata passione per le gif animate che incontro ogni sera nella hall dell’hotel, contento della connessione wifi gratuita. Da poco siamo anche amici su wechat e ogni tanto mi manda frasi in cinese che mi sforzo di tradurre tramite google. Anche con lui c’è stata una collaborazione. Mi ha donato cinque delle sue tazzine per creare una piccola opera.
雪娥 invece è una donna di una cinquantina d’anni che modella a mano animali abbelliti da fiori e arzigogoli vari. Le ho chiesto di modellarmene uno e di poter lavorare al suo fianco per poter fare qualcosa insieme. E’ stata entusiasta. Abbiamo trascorso ore incredibili, senza scambiarci una parola ma annuendo nell’osservare quello che stavamo creando.
E’ bello osservare come a tutti, finora, faccia piacere evadere da quello cui sono abituati a fare. E’ uno degli obiettivi fondamentali del mio progetto, più importante delle opere che stiamo realizzando e che alla fine andranno ad abbellire il museo. Di quelle poco mi interessa. In tutte le residenze in cui finora sono stato invitato ho fatto ho sempre lasciato qualcosa in più. Spero di riuscirci anche qui.

Capitolo dodici – Giorno 14 – Curiosità

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C’è una fase della vita, intorno ai quattro anni, in cui scopriamo il mondo e cerchiamo di comprenderlo a raffiche di “perché”.
Beh, io qui in Cina sto vivendo un periodo simile, con la differenza che il limite linguistico non mi concede la possibilità di alcun perché.
Osservo, accetto e cerco di memorizzare.
In poche settimane ho annotato così tante curiosità che solo selezionarle mi mette in difficoltà.
Ve ne elencherò alcune:

  • In Cina tutti i pantaloni dei bambini hanno un buco che permette loro di fare cacca e pipì. Non usano il pannolino e quando gli scappa sono pronti a fare i bisogni. La cosa divertente è che non si sporcano, infatti ogni volta i genitori sanno quando è il momento e gli fanno evacuare.
  • Una cosa che mi ha subito colpito è il rumore che i cinesi fanno nei gesti quotidiani. Quando mangiano il “risucchio” è normale, sia che si tratti di brodo che di una semplice mela. Anche lo starnuto è sonoramente invasivo, così come lo scatarrarsi. Dopo un po’ ti abitui e non vi nascondo che mi sono ben ambientato.
  • In Cina le macchine hanno, forse per legge forse per abitudine, la precedenza sui pedoni e bisogna fare particolare attenzione quando si attraversa, anche con il verde. Altra particolarità è quella che i pedoni non passano mai sopra i tombini, un gesto scaramantico frequentissimo.
  • Se avete bisogno di comprare un deodorante, scordatevelo; in Cina non si usa. Eppure non ho mai sentito un cinese puzzare.
  • Contare con le mani è completamente differente. Noi usiamo due mani mentre loro ne utilizzano solo una. Fino al cinque non ci sono problemi ma dal sei al dieci sono cazzi. Il sei è fatto con mignolo e pollice. Il nostro “che vuoi” è il loro sette. Pollice e indice indicano otto, l’indice piegato invece il nove. La croce o il pugno chiuso, infine, rappresentano il dieci. Quando vai a pagare un macello, poiché devi prima capire il numero che hanno fatto con le mani, poi convertire da yuan in euro e da euro in lire.
  • Qui le discoteche sono una cosa obsoleta. La gente balla per strada. A tutte le ore è possibile incontrare gruppi di gente che balla. A seconda dell’eta’ la musica cambia, anche se a me sembra quasi sempre uguale.
  • La posizione comoda per un cinese è davvero particolare. Quando aspettano il bus, quando controllano il cellulare o quando si fumano una sigaretta i cinesi si accovacciano. Lo fanno tutti, i bambini, i cuochi, i poliziotti, ecc.
  • Il numero di fuochi d’artificio esplosi ogni giorno è altissimo, circa quindici venti raffiche. Li utilizzano per festeggiare un matrimonio oppure per commemorare un defunto.
  • C’è una quantità esorbitante di gente che pulisce le strade. Qui non vedrete mai per strada una cacca di cane o una cicca di sigaretta. Inoltre, il camion della spazzatura è accompagnato da una musica dolcissima, tipo carillon.
  • E per ultimo vi lascio con una chicca: il cappello verde. In Cina chi è stato lasciato o tradito dalla ragazza/moglie per umiliazione indossa un berretto verde. E’ un segno di resa, fallimento. E con l’imbarazzo è tutto. A domani.

Capitolo undici – Giorno 13 – Il Museo e la tradizione –

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In Cina, da quello che mi è sembrato di capire, quasi tutti i terreni sono di proprietà dello Stato che, se ne fai richiesta, te li fitta per cinquant’anni. Se durante questo periodo dimostri di aver fatto qualcosa di veramente rilevante allora ne diventi legittimo proprietario. Forse proprio per questa ragione c’è un gran fermento edilizio in tutta la Cina e forse anche per questo all’interno del Ceramic Art Village è un continuo costruire, inaugurare, ospitare. Un vera e propria macchina culturale imponente che in soli sedici anni ha fatto sì che Fuping diventasse il riferimento culturale per la ceramica Asiatica. Dal 2011 ad oggi sono stati ospitati artisti da tutto il mondo che, grazie alle opere realizzate in sito, hanno permesso l’inaugurazione di tredici imponenti musei tutti divisi per area geografica, tranne uno. Il FLICAM (Fuping international Ceramic Museum) ospita le opere vincitrici dei vari concorsi organizzati dal simposio degli editori più una parte dedicata alla ceramica tradizionale, ovvero alla Folk art.
L’arte folclorista è caratterizzata da personaggi a tutto tondo rappresentati durante scene di vita quotidiana, quella della Cina degli anni Sessanta-Settanta. Tutte le sculture presenti nel Museo sono recenti ed ancora oggi si continuano a produrre questi personaggi. Nel Ceramic Art Village a realizzarli è 苏辉, che per comodità possiamo continuare a chiamare 苏辉.
孟聪珍, invece, significa intelligente e preziosa. Lei decora e graffisce, ma in modo diverso da come facciamo il graffito a Grottaglie. I pezzi, infatti, da crudi vengono spruzzati di smalto, su quale si va a togliere il non necessario andando così a creare un bel contrasto tra lucido e opaco. Naturalmente il pezzo va cotto una sola volta e le quantità da spruzzare sono misteri che mi stanno rivelando ma che naturalmente non sto capendo.
Le mie nuove collaborazioni sono state con 苏辉 e con 孟聪珍, ma anche di quanto fatto con loro non vi mostrerò niente.
Vi posso solo dire che mentre 苏辉 si è impegnato un sacco, 孟聪珍 è stata davvero intelligente e preziosa. Immaginavo decori complessi e draghi graffiti come nella foto in basso, invece, dopo circa 4 minuti aveva finito.
E che aveva finito l’ho capito subito, senza bisogno dell’interprete. Quello che invece mi ha spiegato l’interprete è stato che lo strato dello smalto che avevo spruzzato era troppo sottile e che non poteva fare altro.

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Capitolo decimo – Giorni 11,12 – Nuova Era

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Il mio progetto prevede la realizzazione ogni giorno di un pezzo differente, prodotto in collaborazione con un artigiano diverso.
Un totale di una quindicina di opere, tante quante sono le persone che condividono con me lo spazio di lavoro.
Cercherò di presentarvele volta per volta, dedicandogli lo spazio che meritano, lasciando loro la libertà di esprimersi al meglio ma cercando allo stesso tempo di ritagliarmi il mio angolino di mondo.
Cominciamo da 张新社.
张 è il cognome e non significa niente, mentre  新社 è il nome, ovvero Nuova Era.
Probabilmente, come mi riferisce Sunny, nacque nel periodo in cui venne fondata la repubblica indipendente cinese (1949), quindi gli venne dato quel nome. Dall’aspetto sembra che abbia una sessantina di anni e questo mi lascia pensare che la mia interprete abbia ragione. Occupa il posto di fronte al mio e realizza uccelli appollaiati su rami intrecciati.
Vista la difficoltà dei soggetti, in una giornata di lavoro riesce a realizzare una o al massimo due opere. Non usa stampi ma è tutto fatto a mano. Ogni singola piuma di ogni ogni singolo uccello, così come ogni ramo di ogni tronco, è realizzata a con una accuratezza estrema, mai vista prima d’ora. Durante la giornata di lavoro fuma poco e beve un sacco di teà. Non vi nascondo che il dover realizzare un’opera con lui mi ha creato non poco imbarazzo. E’ una persona adulta e temevo di essere considerato l’artista di turno, dove lui si fa il culo tutto il giorno fino a quando arrivo io che in tre minuti ho finito.
In effetti è andata così. Lui ha lavorato duro 445 minuti per offrirmi oggi pomeriggio la sua parte completa. Io ho impiegato 71 minuti per completare il tutto. Fortunatamente quando si è avvicinato per vedere il risultato finale, l’ho visto sorridere e scattare una foto. Penso che gli sia piaciuto. Non vi posterò foto della collaborazione, per ora solo i suoi lavori tipici.

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Capitolo nono – Giorno 10 – La guerra –

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Una serie innumerevole di casualità ha fatto in modo che nascessi e crescessi a Grottaglie, un tranquillo paese della Puglia, penisola di quella che è la penisola italiana. Pur se orgoglioso delle mie origini non mi sono mai considerato grottagliese o italiano, illudendomi di avere una visione più globale del mondo.
Eppure ieri ho notato di essermi affacciato sempre e solo da una stessa finestra, con splendida vista ma parziale.
Da quella finestra ho visto amici alzare la testa per cercare improbabili scie chimiche e altri nascondersi per paura di colpi di vento. Io, invece, me ne sono sempre stato tranquillamente affacciato.
Fino a ieri, quando all’improvviso è suonato il campanello e aprendo la porta mi sono reso conto che alle mie spalle, dietro la porta, c’è tutto un altro mondo, forse migliore, forse peggiore, sicuramente differente.
Un mondo dove la guerra esiste davvero, non solo in foto, e dove Trump e Kim Jon non sono buffe gif da condividere su facebook. Un mondo dove la volontà altrui compromette le vite degli altri.
Il 22 Aprile si sarebbe dovuta inaugurare a Seul una delle mostre più importanti della mia vita. Organizzata dal MIC (museo internazionale della ceramica in Faenza) la mostra collettiva avrebbe offerto, attraverso le opere mie e di altri 21 artisti che stimo, una sintesi della ceramica italiana attraverso quattro generazioni a confronto. Avevo prenotato il volo ed ero pronto a partire.
Purtroppo le parole di Trump e i missili di Kim Jon hanno impedito che questo avvenisse. La mostra è stata per ora sospesa/annullata e le opere sono bloccate in dogana a Shangai. Tutti i voli per la Corea sono stati cancellati e trecento euro di biglietto buttati nello sciacquone.
Ci sono rimasto male, ma più che altro ci sono rimasto male per il fatto di esserci rimasto male.
Mi spiego meglio.
Nel mio mondo, quello che vedo affacciato dalla mia finestra, questa è una storia di merda.
Ma c’è un mondo dove non c’è solo l’eventualità della guerra, un parte del mondo dove la guerra esiste davvero. Dove a essere bloccate alla dogana o alla frontiera non sono le opere, ma le persone. Dove non hai neanche il tempo di startene tranquillamente alla finestra, o di pensare alle scie chimiche, o di nasconderti. E quel mondo è vicino, proprio alle mie spalle.
Cosa dovrei fare?
Andare in studio e fare quello che sono abituato a fare. Sperando che dietro la porta ci sia qualcuno che abbia la volontà di migliorare il mondo, non solo il suo.

Capitolo ottavo – Giorno 9 – Il progetto –

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Ogni volta che faccio delle residenze mi ritrovo nella medesima situazione. Forni giganti, smalti particolari e argille insolite mi mettono di fronte a vecchi dubbi.
Dovrei fare cose grandi e diverse?
Ci penso spesso ma poi mi viene in mente un proverbio che mi è stato insegnato:
“Se non riesci a fare una cosa bene falla grande, se non riesci a farla grande fanne tante, se non riesci a farne tante falla in blu”.
In fondo quello che riesco a far bene è riuscire ad essere me stesso, attraverso inutili oggetti e malinconici personaggi.
Perché dovrei fare altro?
Per me la ceramica non è un mezzo per esprimere virtuosismi tecnici o sperimentazioni particolari, ma un mezzo di comunicazione al pari della parola o dei video. Per questo non mi definiscono un ceramista, perché io uso l’argilla per raccontare storie. Ogni opera che realizzo si porta dietro un racconto e ogni progetto delle esperienze.
Per me le residenze sono vere possibilità di sperimentazione non tecnologica ma culturale. Mi piace vivere i luoghi, conoscerne i cibi, la gente e le abitudini per poi traferirli in maniera indelebile su pezzi di ceramica.
E’ quello che ho sempre fatto e che farò anche qui a Fuping.
Tutte le opere che realizzerò nella fabbrica saranno collaborazioni con quanti condividono con me lo spazio di lavoro. Ogni giorno realizzerò un pezzo differente con ciascun operaio. Cercherò di far convivere le loro abitudini con le mie inquietudini; la loro millenaria tradizione con la mia inconsapevole contemporaneità, i miei oggetti, i miei personaggi con le loro opere.
Romperò la loro quotidiana routine cercando di farne parte, non ci scambieremo una parola ma insieme scriveremo la storia di questa mia residenza a Fuping.

Capitolo settimo – Giorno 8 – Piccole cose –

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E’ passata una settimana da quando sono arrivato a Fuping. Conosco gente, mangio in tutti i tipi di ristoranti e ho anche imparato a dire tre parole: ciao, grazie e panino. Quando parlo con i cinesi le ripeto in continuazione, anche se a dire il vero la maggior parte del tempo la passo ad annuire, magari ad ascoltare o sovrappensiero.
Penso a dove sta andando il tipo con quella specie di ape car, a cosa ci sia scritto sulle insegne o a quanti giorni di lavoro costi quel cellulare. Mi diverte un sacco immaginare le storie dei camerieri, i dialoghi tra i banchettanti, o le vite degli operai.
Conosco tutti e quindici gli operai che condividono con me lo spazio di lavoro.
Ogni mattina scendo in studio e li saluto personalmente. Molti sono sordomuti ma non fa differenza, tanto il mio saluto è uguale per tutti.
Appena entro c’è il torniante, poi gli studenti, poi i cinque giovani tornianti che fanno tazze e coppette, uno di loro rifinisce solamente. Poi c’è una ragazza che fa posaceneri, una signora che stampa e due che modellano. Dietro di loro due uomini che graffiscono.
Poi ci sono io.
Di fronte a me un ragazzo che modella personaggi tradizionali in pose diverse e uno che fa monaci. Poi c’è un ragazzo che fa tazzine a mano. Centinaia di tazzine. Migliaia di tazzine. Ripete lo stesso movimento ogni giorno dell’anno. E’ il ragazzo nella foto in alto.
Qui non ci sono sabato, domeniche e festività particolari; si lavora sempre. Alle otto si timbra il cartellino tramite scannerizzazione della retina e si va avanti fino alle dodici. Pausa pranzo e si riparte fino alle diciassette.
Ora dopo ora, giorno dopo giorno, vedo l’immagine del ragazzo scomparire dietro una montagna di tazzine. Eppure lo vedo felice, vedo tutti loro felici. Non c’è bisogno di parlare la stessa lingua per saper leggere la felicità.
Il ragazzo delle tazzine, ad esempio, è sordomuto ma amante delle gif animate. Il poter avere un cellullare ultima generazione e il wifi lo rende felice.
Il ragazzo fotografato nel capitolo due, invece, durante il giorno trasporta argilla e di sera prende bici, casse e microfono e si mette a cantare per strada. Non chiede soldi. E’ solo felice se canta.
E io sono felice di aver pensato a loro per il mio progetto.

Capitolo sesto – Giorni 6, 7 – Gli amici –

E’ arrivato il momento di dedicare un capitolo ai miei amici/colleghi/collaboratori qui a Fuping, se lo meritano.
Lo farò in ordine d’altezza perché qui i centimetri fanno la differenza. L’ho capito appena arrivato in aeroporto quando, nel bagno maschile, mi sono dovuto piegare per fare pipì negli urinatoi attaccati alla parete.
Ma ora lasciamo il meritato spazio ai protagonisti di questo post:
Jacob Meudt
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Provenienza: Stati Uniti
E’ un gigante che ha lavorato per quindici anni a Los Angeles come fotografo per il cinema e per la televisione. Poi un giorno, sette anni fa, ha lasciato lavoro, casa e tutto e si è iscritto a un corso di ceramica. Fa delle sculture grandi e irregolari e da un più di un anno è in giro per il mondo ospite di residenze e simposi. Le lunghe chiacchierate con lui sono tra le cose più piacevoli che ho fatto finora  a Fuping.
Particolarità: Mischia sempre la grappa alla coca cola ed è fissato con il dentista.

Juan Sangilcap6web2Proveninza: Spagna.
Professore di ceramica ha viaggiato e lavorato a lungo con artigiani locali di tutto il mondo. Qui a Fuping è per me come una guida perché sin da subito mi ha indirizzato su dove andare, cosa fare, le curiosità e tutto quanto necessitavo.
Curiosità:  Mi ha regalato un cappotto grigio immenso ma caldissimo che mi è già tornato utile in un paio di occasioni. E’ quello che indossava lui in questa foto.

Vilma Villaverdecap6web1Provenienza: Argentina
E’ un’icona della ceramica contemporanea mondiale. Ha vinto un sacco di premi e ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo. Per il Museo di Fuping ha curato diversi padiglioni ed è il rappresentante sudamericano per l’accademia internazionale di ceramica.  Nelle sue sculture più popolari (grandi fino a due metri) tazze da bagno, bidè e lavandini si sostituiscono a parti del corpo.
Particolarità: Riesce a infondere una tranquillità incredibile, non mangia piccante.

Jacob e Juan sono a Fuping perché invitati da Vilma, a sua volta invitata per curare installazioni all’esterno dei Musei della Spagna e dell’America. Purtroppo domani partiranno tutti, infatti, dopo aver trascorso più di un mese a Fuping si stanno trasferendo per un nuovo simposio in una cittadina che mi hanno ripetuto quattro volte ma che non ricordo.
Fortunatamente non sono solo. Qui ci sono anche 杨小雪 e 傅佳睿 che per comodità si fanno chiamare Sunny e Fairy.

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杨小雪, per comodità Sunny, è l’interprete ufficiale del Fuping Pottery art village. Il suo nome significa “luce attraverso il petto”, ovvero persona positiva. In realtà, sembrerà strano, ma c’è una reale corrispondenza tra i nomi e le persone. Sunny è positiva, sempre disponibile, parla inglese e, anche se molto spesso non ci capiamo, è la mia ancora di salvezza. Oltre questo è stata la prima persona al mondo che mi ha fatto i complimenti per come mi vesto.
傅佳睿, per comodità Fairy, è invece una studentessa di ceramica. Qui a Fuping, ogni anno ad Aprile, vengono inviati dei ragazzi per preparare la loro tesi di laurea. Ce ne sono sette ma lei è l’unica che parla inglese. E’ la mia interfaccia con i mezzi di tecnologia cinesi. Mi ha fatto installare wechat (un programma per i messaggi tipo what’s up) e mi fa fare shopping online tramite il suo conto. Finora grazie a lei ho potuto comprare pennelli, matite, una specie di bottiglia di grappa e mangiare le patatine fritte.

21 Novembre – 22 Dicembre /Spazio Nibe /Milano

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Capitolo cinque – Giorno 5 – Il grande muro –

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A ricevere il Fule Prize 2016 siamo stati in sei.
Io, Martin Harman (UK) e Valerie Ceulemans (BE) abbiamo vinto solo la residenza.
Cat Traen (USA), Ana-Maria Asan (BE) e Beate Pfefferkorn (Ger) oltre la residenza hanno ricevuto anche un premio in denaro.
Il tempo limite stabilito per “riscuotere” il premio è di due anni. Per questo sapevo già in partenza che le possibilità di incontrarmi con qualcuno di loro sarebbero state poche.
Ero già pronto a trascorrere un mese da solo, in un posto sconosciuto, senza parlare e soprattutto con la rete internet bloccata, o meglio limitata.
Per arrivare alle vostre bacheche, infatti, i miei post devono aggirare un macello di ostacoli, a cominciare dalle sei ore di fuso orario. Questo significa che quello che state leggendo adesso in realtà è stato scritto nel tardo pomeriggio o in serata. Tutto dipende dalla connessione. Perché qui c’è internet, ma i siti che usiamo noi (facebook, instagram, google, vimeo, what’s up, youtube, wordpress) sono tutti bloccati. E dovete sapere che se google non funziona allora lo stesso vale per chrome e gmail. Se wordpress è filtrato il mio sito è oscurato e lo stesso vale per i video.
Tutto questo avviene perché lo Stato censura questi siti ed è impossibile accedervi a meno che non si installi un programma vpn che aggiri il Grande Muro. In pratica ogni volta che ti connetti dalla Cina con il vpn risulta che sei connesso da qualsiasi altra parte del mondo. Ad esempio io adesso sono connesso da Macao, che non so dove sia.
La mia fortuna è stata quella di aver installato questo programma prima di partire per la Cina perché per quanto vi possa sembrare un tipo alternativo io non sono ancora pronto a stare un mese senza internet. Il fatto di poter aggiornare il blog, di controllare facebook e sapere che c’è qualcuno pronto a condividere questa esperienza con me, mi fa sentire meno solo.
In Cina, a Macao, in Corea o dovunque il Vpn decida di portarmi.
Come sospettavo, infatti, nessuno degli artisti che ha vinto la residenza è qui a Fuping.
Ci siete voi e poi ci sono Sunny, Fery, Jacob, Juan e Vilma. E poi tanti altri. Ma di tutti loro vi parlerò domani.

Capitolo quarto – Giorno 4 – La fabbrica –

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Pensate alla Cina, alle fabbriche, agli operari e alle condizioni di lavoro. Pensate al suo clima e a tutto quello cui siete abituati a pensare. Bene, ora dimenticatevelo.
Perchè a Fuping ho dovuto riconsiderare un buon 52,3% degli sterotipi che avevo sulla Cina. Non so se questa sia un’eccezione,  ma nel Ceramic Art Village, dove sono impiegate circa 400 persone (di cui circa il 61% inutili), tutto sembra funzionare. Certo i tempi sono lenti, ma le cose funzionano. Importante è non chiedersi perchè e come, altrimenti ti incarti brutto.
La fabbrica è il vero motore trainante di tutto questo sistema e senza di lei qui non ci sarebbero Musei, concorsi, convegni, quattrocento impiegati circa, residenze e post dal leggere alle 14.30 del pomeriggio.
E’ grandissima ed è divisa in più sezioni. La prima parte è dedicata alla produzione di artigianato artistico di altissima qualità. Mi riferisco a piatti, sculture, vasi, tazze da tea e piatti. Tutto fatto a mano con tecniche a volte sconosciute a volte semplicemente interpretrate con maestria eccezionale. C’è chi decora, chi lavora al tornio, chi rifila, chi realizza sculture proprie in pezzi unici e chi graffisce. A proposito, il graffito lo fanno direttamente sul prodotto finito attraverso dei bisturi sullo smalto cotto. Sono quasi del tutto inesistenti gli stampi. In questa parte della fabbrica c’è il mio spazio di lavoro.
C’è poi un cappannone dedicato alle cotture. Ci sono tanti forni. Alcuni grandissimi, mai visti così grandi. Alti quasi 5 metri e larghi 4. Poi ci sono quelli per la cottura con la soda e quelli piu’ “normali” ma grandi il doppio del mio. Tutto si cuoce a minimo 1200 gradi.
Dopo questa stanza c’è la stanza degli smalti dove vengono immersi o fatti a spruzzo gli oggetti. Tutto sempre a mano, uno alla volta.
Questo capannone porta ad un altro dove è immagazzinato il biscotto. Migliaia e migliaia di pezzi di qualità altissima. Uscendo da qui si giunge ad un immensa stanza dove mi hanno detto che il maestro del tornio realizza da solo dei vasi giganti, alti circa 3 metri. Io non l’ho incontrato, ma vi posso garantire che esiste perchè ho visto i vasi e capito come li realizza. Uscendo da qui si entra nella parte dove viene prodotta la ceramica industriale. Mattoni, tegole e laterizi. Qui c’è un forno a tunnel e tantissimo altro.
Tutti questi edifici sono circondati all’esterno da ceramiche finite, a loro volta circondate dai Musei, dai ristoranti, i dormitori, l’Hotel, le sale congressi, le sale per i workshops.
Questa è la fabbrica del Ceramic art village di Fuping e da domani si inizia a lavorare.

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Capitolo Terzo – Giorno III – Fuping –

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A Fuping ci sono stato lo scorso anno insieme a Valeria, la mia dolce metà. Selezionato per un concorso importante venimmo in Cina con la scusa di assistere alla premiazione finale, alle conferenze e sopratutto per visitare posti che forse mai nella vita avremmo rivisto.  Con vitto e alloggio pagato e con nessuna speranza di ricevere premi partimmo per la Cina. Arrivammo a Fuping, dove con grande stupore il giorno della premiazione mi proclamarono vincitore del Fule Prize, ovvero il premio residenza.
Inutile dire che né io né Valeria capimmo il mio nome pronunciato in Cinese, così per circa un’ora mi limitai a stringere delle mani a caso. Ma l’importante non è sapere quando io abbia capito,  ma il fatto che quel giorno ho ricevuto un attestato che oggi, a 4 mesi di distanza, mi ha permesso di tornare a  Fuping per trascorrere un mese nel Ceramic Art Village.
Se provate a digitare Fuping su google, il motore di ricerca restituirà solo immagini di cachi e qualche foto del Museo della Ceramica. Non so il perché dei cachi ma so che c’è una grandissima fabbrica di ceramica.
Questa in collaborazione con lo Stato ha aperto il Ceramic Art Village, all’ interno del quale ci sono Musei (ogni Nazione, o quasi tutte, ha un proprio padiglione), hotel, ristoranti, stanze per fare wokshops e tante sale congressi. Per farla breve è  il più grande spazio dedicato alla ceramica che io abbia mai visto. Per ora non posso ancora aggiungere molto, perché vorrei cercare di conoscere la gente, le loro abitudini, gli spazi e le curiosità.
Anzi un’altra cosa posso aggiungerla: Fuping ha dato i natali all’attuale presidente cinese che ha fatto costruire qui un immenso giardino dedicandolo al padre. Questo giardino è attaccato alla fabbrica e naturalmente non si vede dalla mia stanza. La mia stanza si affaccia su una grande ciminiera tutta in mattoncini. La mia stanza è al secondo piano dell’albergo. Ho il wifi che prende a tratti, due letti da una piazza e mezza, due sedie in stile orientale, due tazze per il tea e due spazzolini, due paia di pantofole, due asciugamani e due asciugacapelli. Uno era qui e uno me lo sono portato da Grottaglie.

Capitolo secondo – Giorno 2 – il viaggio

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La mia destinazione è Fuping, una piccola città cinese di ottocentomila abitanti nella provincia dello Shaanxi Per raggiungerla ho deciso di affidarmi al percorso più contorto, quello che in ventiquattro ore mi costringerà a prendere due aerei, quattro metro, uno shuttle, un passaggio e un treno superveloce. Tutto perfettamente incastrato e calcolato al minuto.
Partenza da Brindisi alle 7.00, ripartenza da Roma alle 14.25 con arrivo a Pechino alle 6.12 della mattina seguente; poi navetta e metro per raggiungere la stazione dei treni di Pechino per poi prendere il treno superveloce fino a Weinan dove ci sarà qualcuno ad aspettarmi per portarmi a Fuping.
Tutto perfetto, almeno fino all’arrivo a Brindisi, quando al momento dell’imbarco del trolley mi è stato comunicato che ero Overbooking sul volo Roma-Pechino.
Che cosa è l’overbooking?
In pratica le compagnie aeree calcolano che su ogni volo ci sono in media dieci persone che non partono, quindi vendono circa dieci biglietti in più di quanti sono effettivamente i posti disponibili nell’aereo.
Così, nel caso in cui fossero tutti presenti, corri il rischio che il volo sia overbooking, cioè hai il biglietto ma non parti, o meglio inizi a bestemmiare e rimani in aeroporto fino a quando non risolvono o ti infilano nel prossimo volo.
Inutile specificare che questo avrebbe creato una reazione a catena che partendo da Brindisi si sarebbe propagata fino a Fuping ma fortunatamente Mamma Alitalia ha deciso di risparmiarmi collocandomi in Business, tra un cinese e un leccese di origine moldave, tra prosecchi e sedili reclinabili.
Arrivato a Pechino sono riuscito a prendere il treno fino a Weinan, percorrendo 1100 kilometri in quattro ore, accompagnato da uno strano jet leg e da paesaggi confusi da colpi di sonno e nebbia irreale.
Immense costruzioni in cantiere si alternano a cantieri ormai abbandonati. Distese di campi lunghe all’infinito in cui si intravede ogni tanto un minuscolo uomo, poi tanto cielo grigio, stazioni nuovissime e controllori che ti controllano a raffica il biglietto fino ad arrivare a destinazione.
Scendo dal treno, scendo per la scala mobile e ad attendermi ci sono Sunny e Mr. Jo.
Sunny è l’interprete che stenta a capire il mio inglese e Mr. Jo l’autista che non capisce nulla di quello che dico. Con loro arrivo a Fuping o meglio torno a Fuping.
Perché si tratta di un ritorno….

Capitolo Primo – Giorno 1 – Trolley –

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7 minuti e 34 secondi.
E’ questo il tempo che ho impiegato per preparare il mio ultimo bagaglio. Un record che mi fa sentire imbattibile, regalandomi l’illusione di essere il più pronto a partire.
Perché se ancora confondo il partire con il fuggire, il lavoro con la vacanza e le emozioni con le sensazioni oramai non sbaglio più un bagaglio.
Ricordo ancora la mia prima residenza a Neumunster. Era il 2013. Affidai a una valigia di cartone il compito di trasportare sogni e speranze. Ci andavano così stretti che alla fine si ruppe il manico.
Sono passati 5 anni da allora, le paure hanno lasciato spazio alla consapevolezza e uno sgarrupato trolley ha preso il posto di quella valigia di cartone.
Al suo interno ci ho messo poche cose, ma sotto le ruote mi trascino qualcosa di troppo simile a merda per essere terra.
L’aeroporto di Brindisi è ormai pieno di zolle ed è giunto il momento di salutare e imbarcare il trolley.
Destinazione Cina. Una nuova residenza mi aspetta, anche se non so cosa aspettarmi. Partenza oggi e arrivo tra 8165 chilometri.
Buon viaggio.

Marzo – Aprile 2017

Rieccomi qui, pronto a scrivere e ad aggiornare un blog che rischiava di essere trascurato. Siamo a Marzo ma colgo l’occasione per presentarvi quanto già successo e quanto accadrà a breve.
Lo scorso 18 Marzo ho inaugurato lamia prima personale a Modena, “Oggi agnello e capretto” organizzata in collaborazione con OM (clicca qui) e Gate 26A (clicca qui). Direi che è andata benissimo e sono felicissimo di aver conosciuto persone incredibili.
Vi posto solo due foto, le altre potete vederle cliccando qui oppure potrete vedere direttamente le opere andando nei due spazi entro l’8 Aprile.

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Qui in basso, invece c’è il mio solito riassunto di viaggio, durato quattro giorni e 600 euro, spesi tutti in cibo e alcool.

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Gennaio – Febbraio 2017

Tante, troppe cose da raccontare. Dovrei trascorrere un paio di giorni per cercare di ricapitolare quanto successo negli ultimi due mesi. Ma tra tutto le cose che ricordo di più sono che mi sono state fatte due interviste, una per l’Avvenire e una per Mamma Rai.

http://www.raiplay.it/video/2017/01/Lavoro-20-le-vite-parallele-del-12012016-4130005c-41bf-4716-9048-744ee897f82e.html

Novembre/Dicembre 2016

你好, Buongiorno. Non c’è parola migliore per iniziare. Ve l’ho scritta in Cinese perché l’avvenimento più bello e incredibile accaduto negli ultimi mesi è stato proprio aver visitato questo paese, aver partecipato ad un concorso e aver vinto un importante premio. In compagnia della mia dolce metà siamo stati a Fuping, ospiti del ceramic art Village, dove abbiamo partecipato all’international ceramic symposium e dove ho vinto il Fule Prize. In pratica mi trasferirò in questo città museo per un mese, per realizzare nuove opere/progetti. L’opera vincitrice è quella in alto, l’insieme di macchine fotografiche. Vorrei mostrarvi tante foto, ma penso che tre possano bastare. Mi riserva le novità per il futuro.

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Settembre/Ottobre 2016

Eccomi qua, come al solito dopo mesi di assenza, cercando di scrivere qualcosa che racchiuda in poche righe due mesi intensissimi, carichi di avvenimenti a volte piacevoli e a volte dolorosi. Episodi che caratterizzano la vita, che ci permettono di definirla tale.
A settembre si è svolta la mostra “Saluti da..”, fatta in collaborazione con il fotografo Dario Miale, per il nostro progetto Sano/sano arrivato ormai alla terza edizione. Vi eviterò una carrellata infinita di foto, che potete vedere cliccando qui, ma mi piacerebbe ringraziarvi tutti. Alla mostra avete partecipato in tanti. Vedervi interagire, partecipare, sorridere e chiedere è stato fantastico. Grazie di cuore. Sano/sano è progetto a cui vorrei dedicare più energie ma che sono sicuro nel tempo si affermerà sempre più.
Ma non ho fatto in tempo a terminare la mostra che sono partito per Albisola. Una nuova residenza, un nuova città da esplorare, un nuovo progetto a cui dedicarmi. Il risultato è stato un video.
Quello qui sotto. Enjoy…

 

Capitolo terzo – Giorni 4-21 – Il video

Capitolo secondo – Giorni 2 e 3 – Arrivo –

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Sono finalmente giunto a destinazione. Ad attendermi c’è Gianluca, con un’auto piena di lattine di coca cola e un foulard azzurro al collo. Mi accompagna e mi tiene compagnia per i primi due giorni ad Albissola.
Si scrive Albissola oppure Albisola? Non ho ancora capito.
So solo che per la prima volta nella mia vita sto vivendo a meno di un kilometro di distanza dal mare. Faccio colazione come un turista a Capri e mi siedo sui ciottoli a disegnare. Poi quando mi accorgo che la scomodità ha trafitto le mie chiappe comincio a girare per il paese cercando un’idea o un qualcosa che possa ispirarmi per i prossimi giorni. Poi torno a casa.
Abito al piano di sopra di una storica bottega ceramica, in un appartamento dalle tinte giallastre e col tetto spiovente. Ha un gran finestrone con un parapetto talmente alto che mi permette di vedere solo di fronte e un mobilio anni settanta. C’è un sacco di arredo e mi affascinano molto il bollitore blu e il frigo marrone con solo due calamite appiccicate, anche loro marroni: una civetta e un colombo.   E’ una casa comoda che, fino all’arrivo del nuovo artista in residenza, ospiterà solo il sottoscritto che sua volta divide con una luce accesa di notte, un pugno di insonni zanzare e una linea wi-fi che va e viene.

Capitolo primo – Giorno 1 – La partenza –

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Rieccomi qui, lontano trecentoquarantuno giorni dall’ultimo post. Di nuovo in aeroporto, nuovamente pronto a ripartire per raccontarmi.
In attesa del volo FR8702, che da Bari mi condurrà a Genova, consumo cornetto, cappuccino, caffè, quattro euro e venti centesimi seduto in un hamburgeria con affaccio sul parcheggio. M’interrogo sul da farsi e sull’eventualità di rispolverare 29 giorni, il contenitore delle mie residenze artistiche.
Non ne sono convinto. Negli anni ho visto crescere il progetto tanto da decidere di trasformare il virtuale in cartaceo.
Grazie al libro “29 giorni” ho girato la Puglia e parte dell’Italia presentandomi. Ho conosciuto gente e venduto copie. Ho fatto tutto quello che sognavo e non potrei chiedere di più. Il progetto mi ha soddisfatto. Perché continuare?
Alzo la testa. Sono confuso. Gli aeroporti hanno lo stesso sapore dell’Ikea. Manca poco al check-in e non so se questo sarà l’unico capitolo della nuova residenza. Lo scoprirò domani o nei prossimi giorni. Ora è il momento di andare in bagno, ho un posto riservato tra un portarotoli e uno scopino, tra un Lillangen e un Enudden.

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L’Italia, le sue città, la sua gente, i suoi milioni di turisti, i suoi monumenti amati e studiati in tutto il mondo, patrimonio dell’Unesco un giorno sì e un giorno no, tra le principali mete turistiche per il suo passato glorioso. E fino a qui tutto bene. Tutto banale. Ma se un giorno, l’arte, si mettesse nella scomoda posizione di raccontare tutto questo, come potrebbe sfuggire al pericolo “retorica”? Semplice: trasformando la retorica stessa in un’opera d’arte.
Saluti da… è il terzo atto del progetto “SanoSano”, ovvero Giorgio Di Palma e Dario Miale. Una mostra-cartolina impietosa e divertente del belpaese, inviata ai visitatori durante un viaggio di soli 12 giorni in 26 città turistiche italiane. Banalmente e volutamente: Roma, Milano, Firenze, Venezia e così via. La modalità è sempre la stessa: la produzione di fotografie e oggetti in ceramica, risultato dell’osservazione e dell’impersonificazione del turista, vero protagonista insieme ai luoghi visitati e ai suoi tipici tic ed oggetti della mostra stessa.
Sano/Sano continua nel suo percorso. Un laboratorio concettuale a quattro mani e quattro occhi in grado di neutralizzare il banale dell’esistente attraverso la satira sociale. Un mix inedito dall’inconfondibile identità artistica, mai presuntuoso, sempre fresco e coinvolgente.

Testo: Franz Lenti

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Nel 2014 il fotografo Dario Miale e il ceramista Giorgio di Palma, autori del progetto, hanno visitato piccoli centri e grandi Chinatown italiane con l’intenzione di realizzare un’esposizione che, combinando ceramica e fotografia, mostrasse una realtà seriale fatta di multipli ossessivi e persone che si assomigliano tra di loro. Questo è quello avevano visto nei negozi cinesi sparsi in Italia e che ammiravano nei film di Bruce Lee. Dopo aver visitato la Cina di Prato, Pisa, Milano, Roma e Osmannoro(Fi), Dario e Giorgio sono tornati a Grottaglie con un’altra convinzione: dietro il marchio ‘Made in China’ c’è un mondo fatto di persone, un universo culturale complesso e difficilmente comprensibile e hanno deciso così di affidare al connubio ceramica/fotografia il compito di documentare il rapporto oggetto/soggetto della comunità cinese.Giorgio durante i viaggi ha acquistato e accumulato oggetti, icone tipiche o semplici e inutili gadgets ‘Made in China’. Tornato a Grottaglie li ha poi riprodotti in ceramica, in pezzi unici o in serie limitate, reinterpretandoli o semplicemente imitandoli.
Dario ha invece documentato i soggetti, ovvero i cinesi in Italia, una comunità spesso chiusa, restia per vari motivi ad aperture culturali. Ha usato la macchina fotografica per raccontare svariati momenti e luoghi: per strada mentre passeggiano, nei parchi mentre giocano, nei supermercati mentre acquistano e nelle grandi fabbriche mentre lavorano.

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Giugno/Luglio/Agosto 2016

Ecco il post estivo, scritto con il condizionatore acceso in un caldo giorno d’Agosto. Uno dei pochi a dire la verità. Questa è un estate particolare in cui ho sofferto meno del solito, evitando di strappare le maniche a tutte le magliette notturne. Nonostante questo ho sudato un sacco, sbattendomi tra mostre, studio e organizzazione della produzione.
Agli inizi di Giugno si è inaugurata la Mostra della Ceramica nel Castello Episcopio di Grottaglie. Una mostra a cui partecipo più’ per dovere che per piacere. Intanto grandi notizie arrivano dall’estero. Non posso anticiparvi nulla ma sappiate che sarà una cosa Intercontinentale. Tenetevi forte.

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Ma basta parlare del passato e del futuro, parliamo del presente. Oggi è il giorno della presentazione del nuovo progetto di Sano/sano. “Saluti da” dal 9 al 18 Settembre a Grottaglie.
A Settembre sarò invece a Faenza per seguire Argillà e per seguire due esposizioni a cui partecipo. La prima è Cube un progetto itinerante che si svolgerà a Faenza poi a Torgiano e poi a Roma. La seconda invece è la mostra con le opere realizzate durante il Simposio di Gmunden al MIC in Faenza. Siateci…

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La “ piscialora”, termine dialettale grottagliese, luogo di passaggio, specchio istantaneo dell’anima, rifugio appagante di bi-sogni fisiologici, diviene per una settimana una galleria d’arte dove il ceramista Giorgio Di Palma e il fotografo Dario Miale concentrano l’uno in una serie di manufatti e l’altro in un reportage fotografico il loro spirito artistico, senza starci tanto a sudare e con tanta ironia.

Non a caso il manifesto della mostra titola “CACATE”.
Giorgio ha così plasmato oggetti d’uso comune in un bagno pubblico, come per esempio un asciugamani piuttosto che uno sturalavandino.
Dario ha invece passato una giornata proprio lì, immortalando i fruitori del luogo nei loro momenti più intimi.
L’intento, a detta dei due, è cercare di far mettere piede nel sudicio altrui a tutti, anche a chi piuttosto di entrare preferisce farsela sotto. Non in una galleria, né tantomeno nella Pinacoteca Comunale, ma proprio nei bagni pubblici del Castello Episcopio di Grottaglie.

A ciascun luogo la propria aria … CACATE

Testo: Federico Annicchiarico

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Aprile/Maggio 2016

Rieccomi qui, circondato da starnuti, abbracciando pollini e sconvolto da un periodo intensissimo che continuerà ancora a lungo. Presentazioni del libro, mostre, viaggi, eventi, ecc.
Iniziamo dal libro. Il mio “Diario” vendicchia e questa cosa mi rende felice.  Come una rock star mi ritrovo in tour per promuovere il libro.  Sono stato a Bari, Taranto, Palagiano, Verona e poi andrò a Francavilla Fontana e in tanti altri posti. Potrete vedere un gallery cliccando qui. Si nota spesso l’interesse della gente e noto con piacere come sia migliorato il mio modo di raccontare e raccontarmi.

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Nel frattempo sto realizzando un sacco di opere nuove per la mostra che la prossima estate faremo con Dario Miale (www.sanosano.it) e ne ho ultimato altre per la nuova collezione.

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Dimenticavo di raccontarvi che sono stato a Roma per partecipare a Italianism una giornata di arte e conferenze sul meglio del made in Italy. Sono stato invitato con Pepo di Grottangeles ed è andata benone.
Nel frattempo sono stato intervistato da Huffington Post. Cliccate qui, così ve lo racconto tramite loro.

Presentazioni del libro

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 Qui troverete una lista in continuo aggiornamento con le date di presentazione del libro “29 Giorni

Tappe trascorse

1 Giugno 2016/Francavilla Fontana/Circolo Cittadino
12 Maggio 2016/Verona/Lino’s & Co
20 Aprile 2016/Palagiano/Biblioteca Comunale
27 Marzo 2016/Grottaglie/Castello Episcopio
11 Marzo 2016/Taranto/Cucine Fa-tù
4 Marzo 2016/Bari/Spazio Murat

Nota: Se ti piacerebbe organizzare una presentazione nella tua cittadina, scrivimi pure.

 

Marzo 2016

Rieccomi qui, tra uno starnuto e un brodo vegetale. Sono da poco rientrato da Bari, dove ho allestito una mini personale presso lo Spazio Murat. Questo è un posto incredibile, che può’ diventare in breve tempo un punto di riferimento per il design e l’arte pugliese. Vi posto solo alcune immagini della mia installazione ma avete tempo fino al 13 Marzo per visitarla.
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A Bari ho anche presentato il mio libro per la prima volta e sto fissando un sacco di altre date che mi terranno impegnato per i prossimi mesi. Per seguire tutti gli aggiornamenti vi consiglio di cliccare qui.

Gennaio/Febbraio 2016

E’ passato troppo tempo dall’ultimo aggiornamento. I giorni sono corsi veloci e l’anno vecchio ha lasciato il posto al 2016.  Mi preparo cercando di riprodurre i pezzi ultimati, scervellandomi su nuovi oggetti e percorrendo km di footing ascoltando The Walkman, BigottAll the King’s daughters.
Una nuova presenza importante segna i miei risvegli e le mie scarpe, permettendomi di riscoprire posti che rischiavo di dimenticare.
“Noia” è qui, lo sarà per sempre, entrata con rispetto e in punta di zampe lì dove pensavo non ci fosse più posto.
Ed ora spazio alle novità, quelle per cui dovrei scrivervi e che spesso dimentico di pubblicare.

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Il mio primo libro è finalmente in uscita. 29 giorni, il diario delle tre residenze artistiche svolte tra il 2012 e il 2015 diventa cartaceo. Raccoglierà testi, disegni e fotografie. Avrà una breve introduzione scritta da Claudia Casali (direttrice del MIC in Faenza) e una grafica realizzata dai ragazzi di Usopposto. Sarà autoprodotto e in tiratura limitata di 500 esemplari. Quindi niente chiacchiere. Supportate.

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Sano/Sano è di nuovo in marcia. Si riparte con un nuovo progetto che ci porterà a percorrere migliaia di chilometri e a visitare tantissime città. Abbiamo iniziato lo scorso Dicembre spostandoci in tredici città in 4 giorni. Un record che punteremo a superare il mese prossimo.

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2 – 4 Settembre / Faenza

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9 – 18 Settembre / Grottaglie

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29 giorni – Diario di un ceramista –

“29 Giorni” è il diario che documenta attraverso immagini, testi e disegni le tre residenze artistiche trascorse da Giorgio di Palma a Neumunster, Vizzini e Gmunden tra il 2012 e il 2015.• Edizione unica in tiratura limitata di 500 esemplari firmati e numerati.
• Dimensioni: 15×21 cm. Numero pagine: 168.
• Lingua: Italiano (?).
• Stampa: a colori su carta cyclus offset riciclata 140 grammi, copertina cartonata, sopraccoperta.
• Breve introduzione di Claudia Casali, direttrice del MIC (Museo Internazionale delle ceramiche in Faenza).
• Progetto Grafico: Studio Usopposto.
• Stampa: Italgrafica edizioni.
• Editore: Autopubblicazione.
• Anno: Gennaio 2016.
Prezzo: 20 euro in studio
oppure on line

Compralo Subito – Spedizione inclusa –



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Capitolo ventesimo – Giorno 29 – La fine –

 

Incapace di esprimere verbalmente i miei sentimenti affido a pezzi d’argilla il compito di tradurre le mie emozioni e le mie sensazioni. Ho spesso paura di essere frainteso e di non riuscire a replicare a chi vorrebbe comprendere il mio mondo, una realtà bellissima ma al tempo stesso melanconica, fatta di cose inutili e animali fantastici, risultato di esperienze vissute in modo troppo programmato quanto completamente casuale.
Quella di Gmunden è stata un’esperienza incredibile, in cui ho affidato tutto al percorso e niente al risultato finale. Ho cercato di trasmettere questa volontà nei vari capitoli di questo blog e in tutte le opere realizzate. Ho aggiunto un video, quello in alto, forse difficilmente comprensibile, forse troppo semplice.
Sono così arrivato davanti alla giuria con tante cose da mostrare, poche parole da dire e una totale paura del giudizio finale. Un gruppo di addetti ai lavori, cinque esperti del settore, ha selezionato le opere che gireranno nei vari Musei per i prossimi due anni e quella che entrerà a far parte della collezione permanente di Gmunden.
La giuria era composta da Claudia Casali, direttrice del MIC in Faenza, Stijn Yperman, docente di ceramica ed ex partecipante al Simposio, Gabi Dewald, giornalista ed ex redattrice di Keramik Magazine, Frank Luise, artista e docente di ceramica all’accademia di Linz e Jindra Vikova, affermata artista ceca.
Abbiamo discusso a lungo sulle mie opere e ho ascoltato le loro considerazioni. Qualcuno mi ha chiesto di dover scegliere tra gli oggetti e gli altorilievi, di dover scegliere tra due cose che per molti non dialogano tra loro. Avrei voluto spiegare che anche se non dialogano quelle parti hanno un bisogno tremendo di esistere, di venir fuori al momento opportuno. Non ho detto niente, ho voluto che fossero loro a decidere. Tra la giuria c’è chi ha lottato con me, chi si è emozionato e chi sicuramente non ho convinto.
Alla fine sono stati selezionati tutti gli oggetti dell’installazione Pumpkin in dead: sedia, posacenere, martello, estintore, scopa e video. La tanica, invece, entrerà a far parte della collezione permanente.
Non sono contento per le 6 opere selezionate e nemmeno triste per i 6 altorilievi esclusi. Questo progetto puntava al percorso e non al risultato finale. Un percorso che ho condiviso con persone incredibili. Quando ripenserò a Gmunden e al Simposio non mi verranno in mente né le mie opere e nemmeno quelle di artisti interessantissimi. Penserò a quanto detto, vissuto, sofferto e riso con chi ho avuto il piacere di conoscere e incontrare in questa piccola e ordinatissima cittadina. Una cittadina che non si ricorderà del mio passaggio, ma che ha segnato un passaggio importante della mia vita.
Bye Bye Gmunden.

Capitolo diciannovesimo – Giorno 28 – Gli oggetti –

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Quelli che vedrete di seguito sono una serie di oggetti in dimensione reale, ritrovati all’interno della fabbrica e riprodotti in ceramica senza utilizzare stampi. Sono opere che ho realizzato modellando a mano differenti argille cotte in seguito a varie temperature. Sono una sedia, sopravvissuta a sfavorevoli pronostici e crolli, una tanica, modellata senza alcun criterio tecnico, un martello distrutto e poi ricostruito, un posacenere testimone delle mie troppe sigarette, una scopa cotta per ben quattro volte e un estintore non fotografato. Questi sono gli ultimi lavori che ho realizzato durante il Simposio di Gmunden e insieme agli altri sono stati mostrati alla giuria che ha selezionato ed espresso il suo parere. Domani vi dirò come è andata, le mie ultime impressioni e considerazioni.

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Capitolo diciottesimo – Giorno 27 – Io e Doro –

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Non sono quasi mai riuscito a collaborare. Forse perché non mi piace il 74% delle cose che mi circonda, forse perché è solo quando realizzo le mie opere che sono pienamente me stesso, cosa che mi rende nudo di fronte al mondo. Ma a Gmunden sono cresciuto. Ho visto le ceramiche di Doro e me ne sono innamorato. Per questo ho deciso di voler realizzare alcune opere con lei. Una seria di personaggi fantastici, modellati unendo argille diverse, cotti a 1060° e ricotti con gli ossidi. Questo è risultato della nostra collaborazione. Purtroppo mancano cinque personaggi che sono stati regalati e donati.

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Capitolo diciassettesimo – Giorni 25 e 26 – Ritorno al futuro –

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Sono in aeroporto e mentre attendo il volo che mi riporterà in Italia mi accorgo del ritardo di una settimana sugli aggiornamenti. Ho lasciato Gmunden, le mie opere, gli amici e un conto non saldato nella reception dell’hotel. Nei prossimi capitoli proverò a descrivervi gli ultimi giorni di quella che è stata una delle esperienze più incredibili della mia vita. Ho ideato il mio progetto prevedendo la realizzazione di opere che restituissero il mio ricordo alla città; oggetti raccolti durante il percorso dall’hotel e poi riprodotti in fabbrica. Ci ho creduto, ho lavorato e sono spesso inciampato. Con una serenità indescrivibile ho deciso di andare avanti cambiando strada. Ho smesso di progettare, calcolare e aggiornare il blog. Ho capito di aver trascorso così tanto tempo nell’idea del dover lasciare qualcosa che ho dimenticato troppe cose per strada. Ho abbandonato qualsiasi aspettativa finale e ho vissuto ogni giorno al massimo.
Ho speso 200 euro per scappare da Gmunden e tornare in taxi, bevuto 3000 birre e consumato kilogrammi di argilla. Ho fumato il triplo del normale e sono crollato nel caldo di una camera di essiccazione. Ho dormito mediamente tre ore a giorno, mangiato kilogrammi di formaggi e spezie, sono rimasto bloccato in ascensore e ho ballato la break dance in posti improbabili. Ho fatto talmente tante cose che un giorno ho smesso di pensare in italiano, anzi ho smesso di pensare del tutto. Sono così arrivato alla fine. Ho presentato le opere alla giuria e cercato di spiegare quanti meno perché possibili. Nei prossimi paragrafi l’elenco di tutto quanto realizzato a Gmunden. Cominciamo con gli altorilievi. Ne ho realizzati in tutto sei, appiccicando su vecchi materiali ritrovati in fabbrica alcuni momenti della mia residenza. Purtroppo ne sono riuscito a fotografare quattro. Quello in alto si intitola “can you take us a picture?”, gli altri sono scritti sotto.

iwouldliketobelikeyouweb“I would like to be like you”, 30×25 cm.

 canyoupassmethecheese“Can you pass me the cheese?”, 40×40 cm
Iforgotthekey“I forgot the key”, 40×26 cm.

Capitolo sedicesimo – Giorni 23 e 24 – Giorgio Terracotta è tornato

giorgiodipalmadoroklug
Il tempo stringe e le cose da fare aumentano. Bisogna prenotare i forni per le ultime cotture, ripulire gli spazi di lavoro, preparare la mostra e decidere i pezzi da esibire. Rispettando il mio stile sarò uno degli ultimi a terminare, abituato a rimandare a domani quello che avrei potuto fare ieri. Devo ancora aspettare opere che escono dal forno, smaltarle, dare il platino e preparare le cornici per i miei altorilievi. A tutto questo aggiungete la mia nuova collaborazione con Dorothea Klug. Cliccate qui per vedere le sue fantastiche opere. Fatelo veramente, ne vale la pena.
Insieme abbiamo deciso di realizzare una serie di personaggi mischiando stili e argille. Ci saranno uomini tartaruga, cigni nudi, delfini inghiottiti, conigli con i guantoni, lucertole volanti e tanto altro. Dovrete aspettare la prossima infornata. A proposito di forni, lunga vita all’apertura frontale e alla bassa temperatura.
Giorgio Terracotta is back.