Capitolo quattordici – Giorni 16,17 – Poche parole –

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La produzione all’interno del Ceramic Art Village è continua. Ogni giorno si realizzano nuovi pezzi delle solite opere, si smalta, si sforna e si accendono tutti e cinque i forni. A controllare che tutte le attività siano svolte nel modo corretto ci pensa un manager, affiancato da un mentore che conteggia i manufatti forgiati da ogni singolo artigiano.
In questo schema ben strutturato provo a inserirmi quanto posso, indossando colori sgargianti e sorseggiando tea verde, evitando sopratutto di essere invadente. Ho conquistato la fiducia della fabbrica offrendo saluti e pomodorini. Tuttavia per collaborare con l’artigiano che scelgo devo prima chiedere al manager che, se approva, riferisce all’interessato e al mentore. Ognuno di loro, infatti, mi dedica del tempo che varia dalla mezz’ora all’intera giornata di lavoro, andando a rallentare questa produzione a ciclo continuo. Fortunatamente il manager è molto tranquillo e ha sempre acconsentito alle mie richieste, permettendomi di contare oggi già sette opere realizzate.
La mia produzione si distingue in quella degli oggetti e in quella degli animali antropomorfi, entrambe imprescindibili ma che difficilmente riesco a far convivere. Questo progetto rende possibile che questo accada perché è sulla base della specializzazione dei singoli maestri che decido il da farsi. Finora ho prodotto cinque opere con animali e due con oggetti. Queste ultime le ho fatte in collaborazione con 王星星,  葛星, 党欣欣,  赵小磊, 郭路杰.
党欣欣
 realizza sempre posaceneri partendo da lastre, piegandole e ripiegandole su loro stesse.
王星星, 赵小磊, 郭路杰 realizzano bicchieri, tazze, e coppe al tornio; 葛星, invece, rifinisce.
Tutti loro sono ragazzi con problemi di udito, anzi tutti sordomuti tranne una ragazzina dolcissima che parla bene sia la lingua dei segni che il cinese. Ma questi sono dettagli superflui perché con loro la dote innata italiana del gesticolare è tornata più utile che con chiunque altro, anche se dovete sapere che la lingua dei segni non è universale, ogni nazione ha la sua.
Con tutti questi ragazzi ho deciso di giocare sul contenitore e sul contenuto. Prenderò  alcune tazze “sbagliate” e le ospiterò in una scatola di cartone che sto realizzando in ceramica mentre il posacenere ospiterà sigarette, fiammiferi e rifiuti vari, tra cui semi di zucca.
Staremo a vedere.

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Capitolo tredici – Giorno 15 – Nuove collaborazioni –

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Le botteghe ceramiche di Grottaglie sono solitamente composte da singoli che riescono da soli a svolgere tutte le mansioni. Nelle più grandi abbiamo il torniante, il decoratore, chi smalta e chi modella. Qui a Fuping, invece, ognuno ha la sua mansione. Ma quando scrivo mansione non mi riferisco al lavoro generico del torniante o del decoratore. Qui c’è chi fa le coppette, chi i vasi, chi rade, chi i vasi giganti, chi decora fiori, chi uccelli e chi paesaggi. C’è poi chi inforna a biscotto, chi inforna solo a smalto, chi smalta a spruzzo e chi a immersione. Per ogni attività, per ogni prodotto c’è una persona specifica. Ognuno è il maestro di una cosa soltanto. Tra questi l’ultimo arrivato è un ragazzo sordomuto che fa solo coppette. Tantissime coppette fatte a mano, non al tornio. Centinaia e centinaia. Non posso chiamarlo maestro quindi lo chiamerò 寇晓明. Vi ho già parlato di lui, è il ragazzo con la smisurata passione per le gif animate che incontro ogni sera nella hall dell’hotel, contento della connessione wifi gratuita. Da poco siamo anche amici su wechat e ogni tanto mi manda frasi in cinese che mi sforzo di tradurre tramite google. Anche con lui c’è stata una collaborazione. Mi ha donato cinque delle sue tazzine per creare una piccola opera.
雪娥 invece è una donna di una cinquantina d’anni che modella a mano animali abbelliti da fiori e arzigogoli vari. Le ho chiesto di modellarmene uno e di poter lavorare al suo fianco per poter fare qualcosa insieme. E’ stata entusiasta. Abbiamo trascorso ore incredibili, senza scambiarci una parola ma annuendo nell’osservare quello che stavamo creando.
E’ bello osservare come a tutti, finora, faccia piacere evadere da quello cui sono abituati a fare. E’ uno degli obiettivi fondamentali del mio progetto, più importante delle opere che stiamo realizzando e che alla fine andranno ad abbellire il museo. Di quelle poco mi interessa. In tutte le residenze in cui finora sono stato invitato ho fatto ho sempre lasciato qualcosa in più. Spero di riuscirci anche qui.

Capitolo dodici – Giorno 14 – Curiosità

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C’è una fase della vita, intorno ai quattro anni, in cui scopriamo il mondo e cerchiamo di comprenderlo a raffiche di “perché”.
Beh, io qui in Cina sto vivendo un periodo simile, con la differenza che il limite linguistico non mi concede la possibilità di alcun perché.
Osservo, accetto e cerco di memorizzare.
In poche settimane ho annotato così tante curiosità che solo selezionarle mi mette in difficoltà.
Ve ne elencherò alcune:

  • In Cina tutti i pantaloni dei bambini hanno un buco che permette loro di fare cacca e pipì. Non usano il pannolino e quando gli scappa sono pronti a fare i bisogni. La cosa divertente è che non si sporcano, infatti ogni volta i genitori sanno quando è il momento e gli fanno evacuare.
  • Una cosa che mi ha subito colpito è il rumore che i cinesi fanno nei gesti quotidiani. Quando mangiano il “risucchio” è normale, sia che si tratti di brodo che di una semplice mela. Anche lo starnuto è sonoramente invasivo, così come lo scatarrarsi. Dopo un po’ ti abitui e non vi nascondo che mi sono ben ambientato.
  • In Cina le macchine hanno, forse per legge forse per abitudine, la precedenza sui pedoni e bisogna fare particolare attenzione quando si attraversa, anche con il verde. Altra particolarità è quella che i pedoni non passano mai sopra i tombini, un gesto scaramantico frequentissimo.
  • Se avete bisogno di comprare un deodorante, scordatevelo; in Cina non si usa. Eppure non ho mai sentito un cinese puzzare.
  • Contare con le mani è completamente differente. Noi usiamo due mani mentre loro ne utilizzano solo una. Fino al cinque non ci sono problemi ma dal sei al dieci sono cazzi. Il sei è fatto con mignolo e pollice. Il nostro “che vuoi” è il loro sette. Pollice e indice indicano otto, l’indice piegato invece il nove. La croce o il pugno chiuso, infine, rappresentano il dieci. Quando vai a pagare un macello, poiché devi prima capire il numero che hanno fatto con le mani, poi convertire da yuan in euro e da euro in lire.
  • Qui le discoteche sono una cosa obsoleta. La gente balla per strada. A tutte le ore è possibile incontrare gruppi di gente che balla. A seconda dell’eta’ la musica cambia, anche se a me sembra quasi sempre uguale.
  • La posizione comoda per un cinese è davvero particolare. Quando aspettano il bus, quando controllano il cellulare o quando si fumano una sigaretta i cinesi si accovacciano. Lo fanno tutti, i bambini, i cuochi, i poliziotti, ecc.
  • Il numero di fuochi d’artificio esplosi ogni giorno è altissimo, circa quindici venti raffiche. Li utilizzano per festeggiare un matrimonio oppure per commemorare un defunto.
  • C’è una quantità esorbitante di gente che pulisce le strade. Qui non vedrete mai per strada una cacca di cane o una cicca di sigaretta. Inoltre, il camion della spazzatura è accompagnato da una musica dolcissima, tipo carillon.
  • E per ultimo vi lascio con una chicca: il cappello verde. In Cina chi è stato lasciato o tradito dalla ragazza/moglie per umiliazione indossa un berretto verde. E’ un segno di resa, fallimento. E con l’imbarazzo è tutto. A domani.

Capitolo undici – Giorno 13 – Il Museo e la tradizione –

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In Cina, da quello che mi è sembrato di capire, quasi tutti i terreni sono di proprietà dello Stato che, se ne fai richiesta, te li fitta per cinquant’anni. Se durante questo periodo dimostri di aver fatto qualcosa di veramente rilevante allora ne diventi legittimo proprietario. Forse proprio per questa ragione c’è un gran fermento edilizio in tutta la Cina e forse anche per questo all’interno del Ceramic Art Village è un continuo costruire, inaugurare, ospitare. Un vera e propria macchina culturale imponente che in soli sedici anni ha fatto sì che Fuping diventasse il riferimento culturale per la ceramica Asiatica. Dal 2011 ad oggi sono stati ospitati artisti da tutto il mondo che, grazie alle opere realizzate in sito, hanno permesso l’inaugurazione di tredici imponenti musei tutti divisi per area geografica, tranne uno. Il FLICAM (Fuping international Ceramic Museum) ospita le opere vincitrici dei vari concorsi organizzati dal simposio degli editori più una parte dedicata alla ceramica tradizionale, ovvero alla Folk art.
L’arte folclorista è caratterizzata da personaggi a tutto tondo rappresentati durante scene di vita quotidiana, quella della Cina degli anni Sessanta-Settanta. Tutte le sculture presenti nel Museo sono recenti ed ancora oggi si continuano a produrre questi personaggi. Nel Ceramic Art Village a realizzarli è 苏辉, che per comodità possiamo continuare a chiamare 苏辉.
孟聪珍, invece, significa intelligente e preziosa. Lei decora e graffisce, ma in modo diverso da come facciamo il graffito a Grottaglie. I pezzi, infatti, da crudi vengono spruzzati di smalto, su quale si va a togliere il non necessario andando così a creare un bel contrasto tra lucido e opaco. Naturalmente il pezzo va cotto una sola volta e le quantità da spruzzare sono misteri che mi stanno rivelando ma che naturalmente non sto capendo.
Le mie nuove collaborazioni sono state con 苏辉 e con 孟聪珍, ma anche di quanto fatto con loro non vi mostrerò niente.
Vi posso solo dire che mentre 苏辉 si è impegnato un sacco, 孟聪珍 è stata davvero intelligente e preziosa. Immaginavo decori complessi e draghi graffiti come nella foto in basso, invece, dopo circa 4 minuti aveva finito.
E che aveva finito l’ho capito subito, senza bisogno dell’interprete. Quello che invece mi ha spiegato l’interprete è stato che lo strato dello smalto che avevo spruzzato era troppo sottile e che non poteva fare altro.

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Capitolo decimo – Giorni 11,12 – Nuova Era

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Il mio progetto prevede la realizzazione ogni giorno di un pezzo differente, prodotto in collaborazione con un artigiano diverso.
Un totale di una quindicina di opere, tante quante sono le persone che condividono con me lo spazio di lavoro.
Cercherò di presentarvele volta per volta, dedicandogli lo spazio che meritano, lasciando loro la libertà di esprimersi al meglio ma cercando allo stesso tempo di ritagliarmi il mio angolino di mondo.
Cominciamo da 张新社.
张 è il cognome e non significa niente, mentre  新社 è il nome, ovvero Nuova Era.
Probabilmente, come mi riferisce Sunny, nacque nel periodo in cui venne fondata la repubblica indipendente cinese (1949), quindi gli venne dato quel nome. Dall’aspetto sembra che abbia una sessantina di anni e questo mi lascia pensare che la mia interprete abbia ragione. Occupa il posto di fronte al mio e realizza uccelli appollaiati su rami intrecciati.
Vista la difficoltà dei soggetti, in una giornata di lavoro riesce a realizzare una o al massimo due opere. Non usa stampi ma è tutto fatto a mano. Ogni singola piuma di ogni ogni singolo uccello, così come ogni ramo di ogni tronco, è realizzata a con una accuratezza estrema, mai vista prima d’ora. Durante la giornata di lavoro fuma poco e beve un sacco di teà. Non vi nascondo che il dover realizzare un’opera con lui mi ha creato non poco imbarazzo. E’ una persona adulta e temevo di essere considerato l’artista di turno, dove lui si fa il culo tutto il giorno fino a quando arrivo io che in tre minuti ho finito.
In effetti è andata così. Lui ha lavorato duro 445 minuti per offrirmi oggi pomeriggio la sua parte completa. Io ho impiegato 71 minuti per completare il tutto. Fortunatamente quando si è avvicinato per vedere il risultato finale, l’ho visto sorridere e scattare una foto. Penso che gli sia piaciuto. Non vi posterò foto della collaborazione, per ora solo i suoi lavori tipici.

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Capitolo nono – Giorno 10 – La guerra –

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Una serie innumerevole di casualità ha fatto in modo che nascessi e crescessi a Grottaglie, un tranquillo paese della Puglia, penisola di quella che è la penisola italiana. Pur se orgoglioso delle mie origini non mi sono mai considerato grottagliese o italiano, illudendomi di avere una visione più globale del mondo.
Eppure ieri ho notato di essermi affacciato sempre e solo da una stessa finestra, con splendida vista ma parziale.
Da quella finestra ho visto amici alzare la testa per cercare improbabili scie chimiche e altri nascondersi per paura di colpi di vento. Io, invece, me ne sono sempre stato tranquillamente affacciato.
Fino a ieri, quando all’improvviso è suonato il campanello e aprendo la porta mi sono reso conto che alle mie spalle, dietro la porta, c’è tutto un altro mondo, forse migliore, forse peggiore, sicuramente differente.
Un mondo dove la guerra esiste davvero, non solo in foto, e dove Trump e Kim Jon non sono buffe gif da condividere su facebook. Un mondo dove la volontà altrui compromette le vite degli altri.
Il 22 Aprile si sarebbe dovuta inaugurare a Seul una delle mostre più importanti della mia vita. Organizzata dal MIC (museo internazionale della ceramica in Faenza) la mostra collettiva avrebbe offerto, attraverso le opere mie e di altri 21 artisti che stimo, una sintesi della ceramica italiana attraverso quattro generazioni a confronto. Avevo prenotato il volo ed ero pronto a partire.
Purtroppo le parole di Trump e i missili di Kim Jon hanno impedito che questo avvenisse. La mostra è stata per ora sospesa/annullata e le opere sono bloccate in dogana a Shangai. Tutti i voli per la Corea sono stati cancellati e trecento euro di biglietto buttati nello sciacquone.
Ci sono rimasto male, ma più che altro ci sono rimasto male per il fatto di esserci rimasto male.
Mi spiego meglio.
Nel mio mondo, quello che vedo affacciato dalla mia finestra, questa è una storia di merda.
Ma c’è un mondo dove non c’è solo l’eventualità della guerra, un parte del mondo dove la guerra esiste davvero. Dove a essere bloccate alla dogana o alla frontiera non sono le opere, ma le persone. Dove non hai neanche il tempo di startene tranquillamente alla finestra, o di pensare alle scie chimiche, o di nasconderti. E quel mondo è vicino, proprio alle mie spalle.
Cosa dovrei fare?
Andare in studio e fare quello che sono abituato a fare. Sperando che dietro la porta ci sia qualcuno che abbia la volontà di migliorare il mondo, non solo il suo.

Capitolo ottavo – Giorno 9 – Il progetto –

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Ogni volta che faccio delle residenze mi ritrovo nella medesima situazione. Forni giganti, smalti particolari e argille insolite mi mettono di fronte a vecchi dubbi.
Dovrei fare cose grandi e diverse?
Ci penso spesso ma poi mi viene in mente un proverbio che mi è stato insegnato:
“Se non riesci a fare una cosa bene falla grande, se non riesci a farla grande fanne tante, se non riesci a farne tante falla in blu”.
In fondo quello che riesco a far bene è riuscire ad essere me stesso, attraverso inutili oggetti e malinconici personaggi.
Perché dovrei fare altro?
Per me la ceramica non è un mezzo per esprimere virtuosismi tecnici o sperimentazioni particolari, ma un mezzo di comunicazione al pari della parola o dei video. Per questo non mi definiscono un ceramista, perché io uso l’argilla per raccontare storie. Ogni opera che realizzo si porta dietro un racconto e ogni progetto delle esperienze.
Per me le residenze sono vere possibilità di sperimentazione non tecnologica ma culturale. Mi piace vivere i luoghi, conoscerne i cibi, la gente e le abitudini per poi traferirli in maniera indelebile su pezzi di ceramica.
E’ quello che ho sempre fatto e che farò anche qui a Fuping.
Tutte le opere che realizzerò nella fabbrica saranno collaborazioni con quanti condividono con me lo spazio di lavoro. Ogni giorno realizzerò un pezzo differente con ciascun operaio. Cercherò di far convivere le loro abitudini con le mie inquietudini; la loro millenaria tradizione con la mia inconsapevole contemporaneità, i miei oggetti, i miei personaggi con le loro opere.
Romperò la loro quotidiana routine cercando di farne parte, non ci scambieremo una parola ma insieme scriveremo la storia di questa mia residenza a Fuping.

Capitolo settimo – Giorno 8 – Piccole cose –

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E’ passata una settimana da quando sono arrivato a Fuping. Conosco gente, mangio in tutti i tipi di ristoranti e ho anche imparato a dire tre parole: ciao, grazie e panino. Quando parlo con i cinesi le ripeto in continuazione, anche se a dire il vero la maggior parte del tempo la passo ad annuire, magari ad ascoltare o sovrappensiero.
Penso a dove sta andando il tipo con quella specie di ape car, a cosa ci sia scritto sulle insegne o a quanti giorni di lavoro costi quel cellulare. Mi diverte un sacco immaginare le storie dei camerieri, i dialoghi tra i banchettanti, o le vite degli operai.
Conosco tutti e quindici gli operai che condividono con me lo spazio di lavoro.
Ogni mattina scendo in studio e li saluto personalmente. Molti sono sordomuti ma non fa differenza, tanto il mio saluto è uguale per tutti.
Appena entro c’è il torniante, poi gli studenti, poi i cinque giovani tornianti che fanno tazze e coppette, uno di loro rifinisce solamente. Poi c’è una ragazza che fa posaceneri, una signora che stampa e due che modellano. Dietro di loro due uomini che graffiscono.
Poi ci sono io.
Di fronte a me un ragazzo che modella personaggi tradizionali in pose diverse e uno che fa monaci. Poi c’è un ragazzo che fa tazzine a mano. Centinaia di tazzine. Migliaia di tazzine. Ripete lo stesso movimento ogni giorno dell’anno. E’ il ragazzo nella foto in alto.
Qui non ci sono sabato, domeniche e festività particolari; si lavora sempre. Alle otto si timbra il cartellino tramite scannerizzazione della retina e si va avanti fino alle dodici. Pausa pranzo e si riparte fino alle diciassette.
Ora dopo ora, giorno dopo giorno, vedo l’immagine del ragazzo scomparire dietro una montagna di tazzine. Eppure lo vedo felice, vedo tutti loro felici. Non c’è bisogno di parlare la stessa lingua per saper leggere la felicità.
Il ragazzo delle tazzine, ad esempio, è sordomuto ma amante delle gif animate. Il poter avere un cellullare ultima generazione e il wifi lo rende felice.
Il ragazzo fotografato nel capitolo due, invece, durante il giorno trasporta argilla e di sera prende bici, casse e microfono e si mette a cantare per strada. Non chiede soldi. E’ solo felice se canta.
E io sono felice di aver pensato a loro per il mio progetto.

Capitolo sesto – Giorni 6, 7 – Gli amici –

E’ arrivato il momento di dedicare un capitolo ai miei amici/colleghi/collaboratori qui a Fuping, se lo meritano.
Lo farò in ordine d’altezza perché qui i centimetri fanno la differenza. L’ho capito appena arrivato in aeroporto quando, nel bagno maschile, mi sono dovuto piegare per fare pipì negli urinatoi attaccati alla parete.
Ma ora lasciamo il meritato spazio ai protagonisti di questo post:
Jacob Meudt
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Provenienza: Stati Uniti
E’ un gigante che ha lavorato per quindici anni a Los Angeles come fotografo per il cinema e per la televisione. Poi un giorno, sette anni fa, ha lasciato lavoro, casa e tutto e si è iscritto a un corso di ceramica. Fa delle sculture grandi e irregolari e da un più di un anno è in giro per il mondo ospite di residenze e simposi. Le lunghe chiacchierate con lui sono tra le cose più piacevoli che ho fatto finora  a Fuping.
Particolarità: Mischia sempre la grappa alla coca cola ed è fissato con il dentista.

Juan Sangilcap6web2Proveninza: Spagna.
Professore di ceramica ha viaggiato e lavorato a lungo con artigiani locali di tutto il mondo. Qui a Fuping è per me come una guida perché sin da subito mi ha indirizzato su dove andare, cosa fare, le curiosità e tutto quanto necessitavo.
Curiosità:  Mi ha regalato un cappotto grigio immenso ma caldissimo che mi è già tornato utile in un paio di occasioni. E’ quello che indossava lui in questa foto.

Vilma Villaverdecap6web1Provenienza: Argentina
E’ un’icona della ceramica contemporanea mondiale. Ha vinto un sacco di premi e ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo. Per il Museo di Fuping ha curato diversi padiglioni ed è il rappresentante sudamericano per l’accademia internazionale di ceramica.  Nelle sue sculture più popolari (grandi fino a due metri) tazze da bagno, bidè e lavandini si sostituiscono a parti del corpo.
Particolarità: Riesce a infondere una tranquillità incredibile, non mangia piccante.

Jacob e Juan sono a Fuping perché invitati da Vilma, a sua volta invitata per curare installazioni all’esterno dei Musei della Spagna e dell’America. Purtroppo domani partiranno tutti, infatti, dopo aver trascorso più di un mese a Fuping si stanno trasferendo per un nuovo simposio in una cittadina che mi hanno ripetuto quattro volte ma che non ricordo.
Fortunatamente non sono solo. Qui ci sono anche 杨小雪 e 傅佳睿 che per comodità si fanno chiamare Sunny e Fairy.

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杨小雪, per comodità Sunny, è l’interprete ufficiale del Fuping Pottery art village. Il suo nome significa “luce attraverso il petto”, ovvero persona positiva. In realtà, sembrerà strano, ma c’è una reale corrispondenza tra i nomi e le persone. Sunny è positiva, sempre disponibile, parla inglese e, anche se molto spesso non ci capiamo, è la mia ancora di salvezza. Oltre questo è stata la prima persona al mondo che mi ha fatto i complimenti per come mi vesto.
傅佳睿, per comodità Fairy, è invece una studentessa di ceramica. Qui a Fuping, ogni anno ad Aprile, vengono inviati dei ragazzi per preparare la loro tesi di laurea. Ce ne sono sette ma lei è l’unica che parla inglese. E’ la mia interfaccia con i mezzi di tecnologia cinesi. Mi ha fatto installare wechat (un programma per i messaggi tipo what’s up) e mi fa fare shopping online tramite il suo conto. Finora grazie a lei ho potuto comprare pennelli, matite, una specie di bottiglia di grappa e mangiare le patatine fritte.

Capitolo cinque – Giorno 5 – Il grande muro –

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A ricevere il Fule Prize 2016 siamo stati in sei.
Io, Martin Harman (UK) e Valerie Ceulemans (BE) abbiamo vinto solo la residenza.
Cat Traen (USA), Ana-Maria Asan (BE) e Beate Pfefferkorn (Ger) oltre la residenza hanno ricevuto anche un premio in denaro.
Il tempo limite stabilito per “riscuotere” il premio è di due anni. Per questo sapevo già in partenza che le possibilità di incontrarmi con qualcuno di loro sarebbero state poche.
Ero già pronto a trascorrere un mese da solo, in un posto sconosciuto, senza parlare e soprattutto con la rete internet bloccata, o meglio limitata.
Per arrivare alle vostre bacheche, infatti, i miei post devono aggirare un macello di ostacoli, a cominciare dalle sei ore di fuso orario. Questo significa che quello che state leggendo adesso in realtà è stato scritto nel tardo pomeriggio o in serata. Tutto dipende dalla connessione. Perché qui c’è internet, ma i siti che usiamo noi (facebook, instagram, google, vimeo, what’s up, youtube, wordpress) sono tutti bloccati. E dovete sapere che se google non funziona allora lo stesso vale per chrome e gmail. Se wordpress è filtrato il mio sito è oscurato e lo stesso vale per i video.
Tutto questo avviene perché lo Stato censura questi siti ed è impossibile accedervi a meno che non si installi un programma vpn che aggiri il Grande Muro. In pratica ogni volta che ti connetti dalla Cina con il vpn risulta che sei connesso da qualsiasi altra parte del mondo. Ad esempio io adesso sono connesso da Macao, che non so dove sia.
La mia fortuna è stata quella di aver installato questo programma prima di partire per la Cina perché per quanto vi possa sembrare un tipo alternativo io non sono ancora pronto a stare un mese senza internet. Il fatto di poter aggiornare il blog, di controllare facebook e sapere che c’è qualcuno pronto a condividere questa esperienza con me, mi fa sentire meno solo.
In Cina, a Macao, in Corea o dovunque il Vpn decida di portarmi.
Come sospettavo, infatti, nessuno degli artisti che ha vinto la residenza è qui a Fuping.
Ci siete voi e poi ci sono Sunny, Fery, Jacob, Juan e Vilma. E poi tanti altri. Ma di tutti loro vi parlerò domani.

Capitolo quarto – Giorno 4 – La fabbrica –

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Pensate alla Cina, alle fabbriche, agli operari e alle condizioni di lavoro. Pensate al suo clima e a tutto quello cui siete abituati a pensare. Bene, ora dimenticatevelo.
Perchè a Fuping ho dovuto riconsiderare un buon 52,3% degli sterotipi che avevo sulla Cina. Non so se questa sia un’eccezione,  ma nel Ceramic Art Village, dove sono impiegate circa 400 persone (di cui circa il 61% inutili), tutto sembra funzionare. Certo i tempi sono lenti, ma le cose funzionano. Importante è non chiedersi perchè e come, altrimenti ti incarti brutto.
La fabbrica è il vero motore trainante di tutto questo sistema e senza di lei qui non ci sarebbero Musei, concorsi, convegni, quattrocento impiegati circa, residenze e post dal leggere alle 14.30 del pomeriggio.
E’ grandissima ed è divisa in più sezioni. La prima parte è dedicata alla produzione di artigianato artistico di altissima qualità. Mi riferisco a piatti, sculture, vasi, tazze da tea e piatti. Tutto fatto a mano con tecniche a volte sconosciute a volte semplicemente interpretrate con maestria eccezionale. C’è chi decora, chi lavora al tornio, chi rifila, chi realizza sculture proprie in pezzi unici e chi graffisce. A proposito, il graffito lo fanno direttamente sul prodotto finito attraverso dei bisturi sullo smalto cotto. Sono quasi del tutto inesistenti gli stampi. In questa parte della fabbrica c’è il mio spazio di lavoro.
C’è poi un cappannone dedicato alle cotture. Ci sono tanti forni. Alcuni grandissimi, mai visti così grandi. Alti quasi 5 metri e larghi 4. Poi ci sono quelli per la cottura con la soda e quelli piu’ “normali” ma grandi il doppio del mio. Tutto si cuoce a minimo 1200 gradi.
Dopo questa stanza c’è la stanza degli smalti dove vengono immersi o fatti a spruzzo gli oggetti. Tutto sempre a mano, uno alla volta.
Questo capannone porta ad un altro dove è immagazzinato il biscotto. Migliaia e migliaia di pezzi di qualità altissima. Uscendo da qui si giunge ad un immensa stanza dove mi hanno detto che il maestro del tornio realizza da solo dei vasi giganti, alti circa 3 metri. Io non l’ho incontrato, ma vi posso garantire che esiste perchè ho visto i vasi e capito come li realizza. Uscendo da qui si entra nella parte dove viene prodotta la ceramica industriale. Mattoni, tegole e laterizi. Qui c’è un forno a tunnel e tantissimo altro.
Tutti questi edifici sono circondati all’esterno da ceramiche finite, a loro volta circondate dai Musei, dai ristoranti, i dormitori, l’Hotel, le sale congressi, le sale per i workshops.
Questa è la fabbrica del Ceramic art village di Fuping e da domani si inizia a lavorare.

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Capitolo Terzo – Giorno III – Fuping –

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A Fuping ci sono stato lo scorso anno insieme a Valeria, la mia dolce metà. Selezionato per un concorso importante venimmo in Cina con la scusa di assistere alla premiazione finale, alle conferenze e sopratutto per visitare posti che forse mai nella vita avremmo rivisto.  Con vitto e alloggio pagato e con nessuna speranza di ricevere premi partimmo per la Cina. Arrivammo a Fuping, dove con grande stupore il giorno della premiazione mi proclamarono vincitore del Fule Prize, ovvero il premio residenza.
Inutile dire che né io né Valeria capimmo il mio nome pronunciato in Cinese, così per circa un’ora mi limitai a stringere delle mani a caso. Ma l’importante non è sapere quando io abbia capito,  ma il fatto che quel giorno ho ricevuto un attestato che oggi, a 4 mesi di distanza, mi ha permesso di tornare a  Fuping per trascorrere un mese nel Ceramic Art Village.
Se provate a digitare Fuping su google, il motore di ricerca restituirà solo immagini di cachi e qualche foto del Museo della Ceramica. Non so il perché dei cachi ma so che c’è una grandissima fabbrica di ceramica.
Questa in collaborazione con lo Stato ha aperto il Ceramic Art Village, all’ interno del quale ci sono Musei (ogni Nazione, o quasi tutte, ha un proprio padiglione), hotel, ristoranti, stanze per fare wokshops e tante sale congressi. Per farla breve è  il più grande spazio dedicato alla ceramica che io abbia mai visto. Per ora non posso ancora aggiungere molto, perché vorrei cercare di conoscere la gente, le loro abitudini, gli spazi e le curiosità.
Anzi un’altra cosa posso aggiungerla: Fuping ha dato i natali all’attuale presidente cinese che ha fatto costruire qui un immenso giardino dedicandolo al padre. Questo giardino è attaccato alla fabbrica e naturalmente non si vede dalla mia stanza. La mia stanza si affaccia su una grande ciminiera tutta in mattoncini. La mia stanza è al secondo piano dell’albergo. Ho il wifi che prende a tratti, due letti da una piazza e mezza, due sedie in stile orientale, due tazze per il tea e due spazzolini, due paia di pantofole, due asciugamani e due asciugacapelli. Uno era qui e uno me lo sono portato da Grottaglie.

Capitolo secondo – Giorno 2 – il viaggio

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La mia destinazione è Fuping, una piccola città cinese di ottocentomila abitanti nella provincia dello Shaanxi Per raggiungerla ho deciso di affidarmi al percorso più contorto, quello che in ventiquattro ore mi costringerà a prendere due aerei, quattro metro, uno shuttle, un passaggio e un treno superveloce. Tutto perfettamente incastrato e calcolato al minuto.
Partenza da Brindisi alle 7.00, ripartenza da Roma alle 14.25 con arrivo a Pechino alle 6.12 della mattina seguente; poi navetta e metro per raggiungere la stazione dei treni di Pechino per poi prendere il treno superveloce fino a Weinan dove ci sarà qualcuno ad aspettarmi per portarmi a Fuping.
Tutto perfetto, almeno fino all’arrivo a Brindisi, quando al momento dell’imbarco del trolley mi è stato comunicato che ero Overbooking sul volo Roma-Pechino.
Che cosa è l’overbooking?
In pratica le compagnie aeree calcolano che su ogni volo ci sono in media dieci persone che non partono, quindi vendono circa dieci biglietti in più di quanti sono effettivamente i posti disponibili nell’aereo.
Così, nel caso in cui fossero tutti presenti, corri il rischio che il volo sia overbooking, cioè hai il biglietto ma non parti, o meglio inizi a bestemmiare e rimani in aeroporto fino a quando non risolvono o ti infilano nel prossimo volo.
Inutile specificare che questo avrebbe creato una reazione a catena che partendo da Brindisi si sarebbe propagata fino a Fuping ma fortunatamente Mamma Alitalia ha deciso di risparmiarmi collocandomi in Business, tra un cinese e un leccese di origine moldave, tra prosecchi e sedili reclinabili.
Arrivato a Pechino sono riuscito a prendere il treno fino a Weinan, percorrendo 1100 kilometri in quattro ore, accompagnato da uno strano jet leg e da paesaggi confusi da colpi di sonno e nebbia irreale.
Immense costruzioni in cantiere si alternano a cantieri ormai abbandonati. Distese di campi lunghe all’infinito in cui si intravede ogni tanto un minuscolo uomo, poi tanto cielo grigio, stazioni nuovissime e controllori che ti controllano a raffica il biglietto fino ad arrivare a destinazione.
Scendo dal treno, scendo per la scala mobile e ad attendermi ci sono Sunny e Mr. Jo.
Sunny è l’interprete che stenta a capire il mio inglese e Mr. Jo l’autista che non capisce nulla di quello che dico. Con loro arrivo a Fuping o meglio torno a Fuping.
Perché si tratta di un ritorno….

Capitolo Primo – Giorno 1 – Trolley –

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7 minuti e 34 secondi.
E’ questo il tempo che ho impiegato per preparare il mio ultimo bagaglio. Un record che mi fa sentire imbattibile, regalandomi l’illusione di essere il più pronto a partire.
Perché se ancora confondo il partire con il fuggire, il lavoro con la vacanza e le emozioni con le sensazioni oramai non sbaglio più un bagaglio.
Ricordo ancora la mia prima residenza a Neumunster. Era il 2013. Affidai a una valigia di cartone il compito di trasportare sogni e speranze. Ci andavano così stretti che alla fine si ruppe il manico.
Sono passati 5 anni da allora, le paure hanno lasciato spazio alla consapevolezza e uno sgarrupato trolley ha preso il posto di quella valigia di cartone.
Al suo interno ci ho messo poche cose, ma sotto le ruote mi trascino qualcosa di troppo simile a merda per essere terra.
L’aeroporto di Brindisi è ormai pieno di zolle ed è giunto il momento di salutare e imbarcare il trolley.
Destinazione Cina. Una nuova residenza mi aspetta, anche se non so cosa aspettarmi. Partenza oggi e arrivo tra 8165 chilometri.
Buon viaggio.